L’altra faccia della manifestazione del 15 ottobre. Di chi vi ha partecipato fino alla fine in maniera pacifica e non si è lasciato trascinare dai gruppi che hanno causato i noti disordini nella Capitale.

Anche Lecce ha dato voce alla manifestazione globale con la partecipazione di circa 200 persone: tanti giovani, universitari e precari e anche alcuni studenti di scuola media superiore, hanno protestato pacificamente contro le politiche governative.
Abbiamo intervistato Carlo Monticelli, coordinatore dell’UDU di Lecce, che ha partecipato alla manifestazione ed è stato tra gli organizzatori del Coordinamento provinciale 15 ottobre.

Chi ha partecipato da Lecce, alla manifestazione?

Siamo partiti da Lecce con 4 pullman, organizzati dal Coordinamento 15 ottobre, che raggruppava diverse realtà. Non solo noi dell’UDU ma anche Circolo Arci Zei, UDS, Cobas, Rifondazione… un po’ tutte quelle realtà che a livello nazionale hanno costituito il Coordinamento. Abbiamo provato a replicare sul territorio l’esperienza di mettere insieme tante realtà diverse tra di loro, per idee e discussioni, provando ad istituire una sorta di percorso di iniziative comuni che portassero alla data del 15 ottobre, per aggregare anche chi delle strutture non faceva parte, come tanti universitari e gli studenti medi superiori.
A Roma ci siamo poi divisi, perché c’erano tanti spezzoni, a seconda delle associazioni. Noi siamo stati nello spezzone degli universitari, quello dei cosiddetti Draghi Ribelli (come si sono denominati gli indignados italiani che protestano pacificamente), e da lì siamo partiti dall’Università La Sapienza, verso piazzale Aldo Moro  e siamo arrivati in Piazza della Repubblica.

Che cosa è successo poi, quando sono iniziati gli scontri?

La situazione era critica fin dall’inizio. Il corteo era enorme, davvero grande. Penso che ci fossero mezzo milione di persone, perché quando la testa pacifica del corteo è arrivata in piazza S. Giovanni, noi eravamo ancora in piazza della Repubblica. Considerato che la distanza è di quattro chilometri e che le strade erano piene, secondo me eravamo così tanti… la mobilitazione è stata totale da tutta Italia.
Sapevamo che era una piazza difficile, perché sapevamo che c’erano soggetti con ispirazioni più conflittuali rispetto alle nostre. L’elemento che ha cambiato le carte in tavola è che si pensava che alla fine di via Cavour per i gruppi che hanno causato disordini, ci fosse una virata sulla destra, ovvero dove si trovavano tutti i palazzi del potere, mentre il resto del corteo avrebbe proseguito a sinistra verso piazza S. Giovanni. Tutti credevano che alla fine del corso i gruppi organizzati volessero arrivare al Parlamento e creare lì, scompiglio. Invece non è stato così e hanno girato anche loro a sinistra, con l’unico scopo di mostrare il conflitto a tutti.
Ci sono stati dei momenti in cui anche noi, quando questi gruppi passavano all’interno del corteo, abbiamo urlato di andare via e tutti gli epiteti che sono ormai noti.
Noi comunque, siamo rimasti con gli studenti. Qualcuno è riuscito singolarmente ad arrivare in piazza S. Giovanni, mosso dalla curiosità di vedere cosa succedeva, però poi il corteo degli studenti ha deviato verso il Colosseo ed è andato ad occupare la Tangenziale, cosa che nessuno ha detto. Il corteo degli studenti ha dato un segnale di grande maturità evitando il luogo degli scontri, passando vicino ma senza farsi inglobare, occupando la Tangenziale e arrivando verso sera alla Sapienza, dopo otto ore di corteo. Ed è un peccato che non ne parli nessuno, perché nel corteo c’erano ancora 30.000 persone, tra studenti, Draghi Ribelli e il gruppo del Teatro Valle.

Le polemiche nate dagli scontri del 15 ottobre sono state tantissime. C’è chi se l’è presa con la Polizia, chi ha insinuato che i cosiddetti “black block” fossero inviati dal Governo, chi ha pensato fossero solo violenti che hanno approfittato della situazione. Chi ha ragione e chi torto?

Il problema secondo me, è riflettere sul perché si arriva a questo.
Noi in Italia abbiamo due modelli di pratiche, una linea di confine tra gli Indignados della Spagna che praticano una protesta molto democratica, di resistenza civica e passiva e quelli della Grecia, che sicuramente si trova in una situazione più drammatica e il livello di esasperazione è tale che porta a manifestazioni più violente. Avendo noi entrambi questi modelli, non possiamo fare un distinguo tra violenza o non violenza, buoni o cattivi. Quello su cui bisogna concentrarsi è che c’è una differenza abissale tra coloro che hanno partecipato a quella giornata, sul rispetto della democrazia all’interno del movimento e chi no. C’è chi ha rispettato delle regole fatte all’interno del Coordinamento 15 ottobre e c’è invece chi questi accordi non li ha rispettati.
Ci sono dei gruppi organizzati, che sono andati a Roma con uno scopo e lo hanno anche rivendicato, erano organizzazioni che avevano una strategia su quella manifestazione, per creare disordini. C’erano anche sicuramente infiltrati ed è anche vero che la Polizia non è voluta intervenire in maniera massiccia, più di tanto.
Comunque i gruppi  organizzati sono arrivati a Roma per un motivo. Fosse stato solo per pura manifestazione di violenza, avrebbero potuto farlo anche in altre occasioni; arrivati però, in questo momento, in questa fase delicata, è evidente che esiste un disagio sociale e una rabbia evidente in questo Paese.  Ci troviamo in una fase in cui le manifestazioni pacifiche che in questi ultimi anni si sono succedute, sono state delegittimate e questo è stato un clima anche voluto dal Governo. Quando infatti, uno scende in piazza e viene additato come un facinoroso, un violento, si sente dire “andate piuttosto a studiare”; nel momento in cui c’è una sordità e una contrapposizione così forte dove tu mi dici “scendi in piazza tanto io comunque non ti ascolto”, allora c’è chi può pensare “scendo in piazza, sfascio tutto, così sei costretto ad ascoltarmi”.

Quindi di chi è la colpa?

Se si è arrivati a questo punto la colpa è di tutti. Perché si potevano cambiare le carte in tavola, per quella manifestazione; c’è sicuramente anche una responsabilità politica molto forte, perché noi non siamo rappresentabili, non abbiamo un interlocutore politico che possa ascoltare le istanze che portano avanti i movimenti. Sta di fatto che il 15 ottobre si è persa una grossa occasione, perché non è stato possibile accamparsi in piazza S. Giovanni come si voleva fare, per dare un significato più forte all’intero Paese.

Il 15 ottobre finirà nel dimenticatoio, chi ha fallito con la manifestazione, getterà la spugna o continuerà la sua lotta pacifica?

Io non penso che si getterà la spugna. Bisognerebbe mettersi ad un tavolo tutti quanti, esaminando quella giornata e cercando di capire cos’è che non è andato e come non ripetere più una giornata del 15… e mi riferisco agli stessi organizzatori. Questi saranno  giorni di riflessione da parte di tutti, dopo si ricomincerà con altre iniziative e manifestazioni che sono già in programma.

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