Il crollo del muro di Berlino, nel 1989, ha segnato un importante ed epocale momento di svolta per la storia delle economie occidentali. Si è passati da un contesto di relativa stabilità ad uno scenario caratterizzato da estremo dinamismo.

Una delle principali conseguenze è stata quella di ridisegnare le logiche del mondo del lavoro, il quale da schemi prevalentemente statici e prevedibili è addivenuto ad un contesto decisamente mobile e variegato, senza un orizzonte preciso.
Questo nuovo assetto viene percepito dal cittadino comune, soprattutto al Sud, non come un’opportunità per crescere e realizzarsi sotto il profilo personale e professionale, secondo le proprie aspirazioni, ma come una situazione contraddistinta da grande precarietà ed altissimo rischio, da modificare e magari da contrastare, per ritornare nell’alveo di un’economia lenta e garantista, dalle prospettive certe. Un atteggiamento, che, come è evidente, individua una lenta capacità, se non proprio il rifiuto di adattarsi ai nuovi scenari economici, che la storia pone in essere, e che nei fatti, si sostanzia nella ricerca del vecchio e tranquillo posto fisso.
E tuttavia, come ovvio, questo sta diventando un fenomeno sempre più raro.
Pochi dati danno l’idea di tale situazione. In provincia di Lecce, gli impiegati pubblici da circa 60.000 unità nel 1990 sono diminuiti a circa 40.000, secondo le ultime rilevazioni, nel 2010. Del pari con l’amministrazione pubblica sono aumentati a dismisura i rapporti flessibili, imperniandosi questi, infatti, sulla pratica degli incarichi professionali. In più ed in linea generale, nel leccese, ma è fenomeno diffuso, i rapporti di lavoro intrapresi negli ultimi lustri presentano bassi livelli di stabilità. Nell’ultimo anno, ad esempio, ben il 75% di questi è stato costituito su contratti a termine.
Ora, la discrasia, tra le aspettative alte rispetto al contesto e le concrete possibilità di lavoro, crea in gran parte dei giovani, soprattutto disoccupati, un atteggiamento mentale che peggiora la loro situazione, talché non solo ritarda l’ingresso nel mondo del lavoro, ma li conduce in posizioni sempre più basse, sotto il profilo della crescita e della realizzazione.
Diversa è la situazione dei giovani perfettamente in linea con le dinamiche attuali, che, sebbene costituiscano la minoranza, riescono ad integrarsi più facilmente e ad essere più funzionali al sistema in atto, con risvolti positivi in termini di soddisfazioni personali ed economiche.
Questi interpretano il lavoro, non come una sistemazione definitiva, ma come un percorso a tappe e una serie di esperienze, in funzione dei loro desideri di crescita e di realizzazione. In tale direzione, volendo scendere più nello specifico e focalizzare l’attenzione sulla disoccupazione leccese, va subito detto che la sua riduzione è strettamente legata allo sviluppo dell’imprenditoria, in quanto il sistema economico della provincia presenta da oltre due decenni, un livello di occupazione bloccato, incapace di espandersi.
Ma il giovane disoccupato leccese, quello più dinamico e moderno, non è aiutato dalle Istituzioni, che si mostrano poco attente all’evoluzione delle iniziative innovative e sono senza accettabili strumenti programmatici e finanziari per coadiuvare  e sostenere le loro  attività, prevalentemente all’avanguardia. E se si prescindesse da quei giovani che non mostrano atteggiamenti decisi e aggressivi, al passo con le tendenze di fondo dell’economia, anche nel leccese si trovano non poche forze  e risorse fresche capaci di dare un forte slancio innovativo al nostro sistema di scambio e produzione. Si pensi agli esempi nel campo della moda e dell’enogastronomia, dove un cospicuo numero di giovani operatori stanno dando lustro al nostro territori e che sicuramente in un prossimo futuro costituiranno  manifestazioni imprenditoriali di tutto riguardo.
Ma c’è di più. La non significativa attenzione della politica, in cui prevalgono soprattutto le logiche di spesa, tese a sostenere sostanzialmente situazioni già consolidate o esperienze già conosciute, impedisce, da un lato un reale sviluppo economico del territorio e dall’altro un blocco nella crescita dell’imprenditoria in generale e quindi del livello di occupazione.
E in definitiva, il ritardo si deve alla mancata giusta valorizzazione di quelle iniziative, di quelle idee di quelle attività e di quegli spunti, che in un immediato futuro potrebbero dare il reale slancio e una dignità maggiore alla nostra economia.
Noto è il proliferare di corsi di formazione, che tuttavia cadono nel nulla, perché non vi è una politica tesa ad assistere concretamente il giovane nel percorso di crescita nelle fasi successive alla qualificazione. E non sono assolutamente sufficienti i famosissimi stage di fine corso.
In più, la politica e le Istituzioni non contemplano le iniziative in cui prevale la creatività e l’innovazione, quando al Nord si privilegiano proprio questi aspetti nella formazione al lavoro.
Un esempio vale per tutti.
Ancora in pochi sono i politici, e ciò almeno emerge dalle loro dichiarazioni, che sembrano aver percepito il fermento che nella nostra provincia sta caratterizzando l’ambito soprattutto della moda, il quale, sebbene in una fase di sviluppo a livello embrionale, nei prossimi due decenni, avendo come punto di riferimento gli schemi di sviluppo storici della provincia, sarà uno degli assi strategici del nostro sistema produttivo.
E ciò, posto che, in mancanza di difesa da parte dei politici locali, questo rischierebbe affossato sul nascere dagli imprenditori del Nord.