Con la questione connessa al fotovoltaico è evidente che: o siamo dinanzi alla più totale confusione, nella quale è scivolata la democrazia, o la upper class salentina svende ancora una volta e ancora un altro pezzo della propria terra, credendo che anche oggi nessuno se ne accorga, come è avvenuto a partire dal 1963 in poi.

Un modus operandi questo probabilmente legato al fatto che di per sé è troppo giovane e poco solida economicamente.

L’argomento legato al fotovoltaico richiede di essere osservato sotto due aspetti: il primo, di natura immateriale e legato all’identità, il secondo, da un punto di vista strettamente economico.
In prima istanza, va detto che, l’espianto degli oliveti non è fatto nuovo nella provincia di Lecce. Fu un fenomeno che caratterizzò i primi anni del Novecento e gli anni ’30. Ma oggi tale pratica, legata come è noto, all’istallazione di impianti fotovoltaici, ha un significato diverso e si pone in un contesto ben più articolato. E’ un’operazione che, al di là delle questioni economiche, molto relative, ha come principale risvolto il sottile e subdolo indebolimento dell’identità della popolazione salentina e leccese in particolare, che sull’olivo ha fondato la sua ricchezza e, se non questa, il suo sostentamento. Senza poi dire che l’olivicultura salentina era uno dei motori vitali e strategici della nascente Italia, dal momento che costituiva circa il 18% in valore delle esportazioni nazionali, almeno fino al 1870-75, e quindi l’attività principale per avere moneta estera necessaria a sovvenzionare le importazioni per l’acquisto all’estero, poi, dei macchinari della nascente industria siderurgica e meccanica del Nord.

Abbattere gli olivi è come cancellare la memoria collettiva, è un popolo senza storia e senza memoria, è un gigante terribile, terribilissimo, ma cieco e senza gambe. Per altro verso, la potenza, la forza, la vitalità economica dell’imprenditoria trova in un’identità positiva e importante, di cui il passato è un tassello molto rilevante, il principale momento di propulsione. E’ sotto gli occhi di tutti l’arroganza di chi possiede una storia di lusso, come molti settentrionali, anche se tale storia, sebbene legittimata o sdoganata, come si dice in gergo accademico, è stata costruita con ampie omissioni e accenti trionfali mai esistiti.
Altrettanto interessante si presenta la questione olivicoltura/fotovoltaico sotto il profilo strettamente economico. Al riguardo pare che lo Stato abbai favorito l’espianto degli olivi sulla base di semplici, e fin troppo semplici calcoli. È  evidente che questi hanno come punto di riferimento il breve periodo e non tengono in considerazione dell’impatto sull’intero sistema. Un’operazione che potrebbe essere paragonata ad un’ipotetica vendita della Torre Eiffel come ferro vecchio, perché nell’immediato si ha un ricavato stratosferico, senza considerare l’imponderabile ed enorme danno economico e morale riveniente da tale operazione per la Francia.
Va precisato, infatti, che la valutazione della convenienza del fotovoltaico non richiede un’analisi costi-ricavi, e cioè una stima tipicamente economico numerica, ma un’analisi costi-benefici, dove si valuta qualitativamente l’impatto dell’operazione sul sistema nel complesso.

A questo punto, va evidenziato che uno dei motori economici della provincia di Lecce è il turismo, che ha un PIL stimato con pessimismo che si aggira intorno al 9% ed è quasi prossimo a quello dell’industria in senso stretto e di pochissimo inferiore a quello dell’edilizia, che si aggira sul 10%. Un settore, quello turistico, massimamente strategico, assieme al pubblico impiego e a una piccola parte dell’industria in senso stretto, perché fa affluire in provincia il danaro per mettere in moto la nostra economia. Un turismo massimamente strategico, anche perché i suoi ritmi di crescita, valutati nel lungo periodo, non si sono mai arrestati. E oggi poi non è più un turismo balneare tout court, ma privilegia sempre più le componenti accessorie. Il paesaggio e le sue atmosfere, la cultura e l’architettura  con le loro specificità stanno divenendo i motivi dominanti dei visitatori.
Ne discende naturale che, deturpare il territorio equivale a sfiancare, depotenziare, indebolire tale attività e sua capacità competitiva. Ma al di là di ciò, l’operazione fotovoltaio pare poco acuta e non in difesa del territorio, anche vista nella prospettiva del futuro dell’olivicultura. È  vero, oggi questa non produce reddito che per una cifra di poco superiore al milione di euro, pari cioè al sostentamento di quattro parlamentari, ed è peraltro un reddito aggiuntivo e soprattutto accessorio per i detentori dei fondi.
Da qui parrebbe scontato abbattere questi impianti naturali oramai poco redditizi.
Non la penserebbe così un toscano.
Invece di favorire l’impianto di materiale fotovoltaio, che peraltro non produce nessuna occupazione, perché non si finanziano le industrie che producono olio alimentare nell’impostazione e nello sviluppo delle reti di vendita, creando occupazione, anziché nell’acquisto di macchinari, che ne abbiamo in abbondanza?
Perché non si finanziano i marchi e l’immagine del nostro olio? Perché non si finanziano serie operazioni di marketing per quelle imprese che vogliono svilupparsi in ambito nazionale?
Forse che, tale operazione dà fastidio a qualcuno?
Sicuramente però una risposta concreta e positiva a tali quesiti costituirebbe un sicuro passo in avanti per lo sviluppo e per la stabilità economica della provincia di Lecce, nonché un’altra risposta positiva al problema della disoccupazione.

 

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