Il pitone recuperato (Foto di Sandro Panzera) Domenica 13 novembre, in via Lequile, a Lecce, è stata segnalata la presenza di un piccolo pitone, lungo una trentina di centimetri circa. L’esemplare è stato ribattezzato “Cesare”, come il nome impresso sulla scatola nella quale è stato sistemato, prima che giungesse all’Osservatorio Faunistico Provinciale di Calimera.

Proprio qui, mercoledì scorso, ho incontrato Simone Tarantino, naturalista e amico, per fargli alcune domande sul caso. E lui ha subito accettato, disponibile come sempre.
 
Simone, tu hai seguito di persona la vicenda di “Cesare”, ci vuoi raccontare com’è andata?
Tutto è iniziato domenica scorsa, in tarda mattinata. Abbiamo ricevuto una telefonata dalla Questura riguardo ad una segnalazione fatta da alcuni cittadini sulla presenza di un cobra nel cortile di un palazzo – sorride – rimaniamo scettici di fronte a casi come questi, perché spesso si rivelano falsi allarmi, trattandosi invece di animali del luogo, quasi sempre innocui. D’altra parte non si può neanche sottovalutare la segnalazione. L’agente al telefono ci ha detto che avrebbero mandato sul posto una pattuglia per verificare la presenza dell’animale ed effettuare un primo riconoscimento della specie. In altre parole, verificare se la situazione era reale e realmente pericolosa, essendo il cobra uno dei serpenti più velenosi al mondo. La Questura ci ha poi richiamato comunicandoci che invece si trattava di un pitone. Nei nostri cuori, la speranza era che si trattasse di un animale salentino che sarebbe rimasto con noi durante l’inverno per poi rilasciarlo in primavera. E invece gli agenti avevano ragione. Era un pitone reale, un animale la cui specie è originaria dell’Africa Subsahariana e che può raggiungere i due metri di lunghezza.

Sei andato tu a recuperarlo?
Si, me ne sono occupato io, ma gli agenti lo avevano già messo in sicurezza in una scatola di scarpe.

Quali sono state le tue sensazioni?
Ero convinto di dover lottare con un “mostro”, munito di guanti, sacco e bastone, quello usato dagli erpetologi ovviamente. E invece mi hanno consegnato una scatola di scarpe!

Quando lo hai portato in museo, in che condizioni versava “Cesare”?
Da un primo esame è apparso in seria difficoltà, era infreddolito. Domenica, infatti, è stata una giornata particolarmente fredda. Mi ha allarmato il fatto che l’animale si trovasse in fase di muta, un momento della vita che lo rende ancora più vulnerabile in quanto necessita di idonee condizioni ambientali di temperatura e umidità.

In che modo siete intervenuti?
All’Osservatorio Faunistico Provinciale la prima cosa è stata quella di mettere il pitone nelle condizioni ottimali affinché potesse accelerare, gradualmente, il suo metabolismo e permettergli di completare la muta. Lo abbiamo riposto in un’incubatrice con un giusto grado di temperatura e tasso di umidità. Quello di cui necessitava per sopravvivere. Mi sorprende il fatto che il proprietario non abbia ancora denunciato la scomparsa, il che fa temere che l’animale non avesse mai avuto i documenti “in regola”. Per la Convenzione sul commercio delle specie minacciate di estinzione (Cites), infatti, e per le leggi italiane, la posizione di “Cesare” sarebbe quella di un immigrato clandestino. Se il proprietario non si farà vivo, fornendoci i documenti, bisognerà mettere in moto un meccanismo burocratico per regolarizzare la presenza dell’esemplare sul nostro territorio.

E adesso “Cesare” come sta?
L’animale sta completando la muta. Dobbiamo, ancora una volta, ringraziare gli agenti che ce lo hanno segnalato e che lo hanno recuperato, salvandogli la vita. Se “Cesare” fosse rimasto lì, non avrebbe superato la notte.

Quanti, esotici come lui, giungono all’Osservatorio Faunistico?
Non sono in grado di dirtelo precisamente. Non è comunque la prima volta che animali esotici vengono recuperati in libertà. Parliamo di iguane, serpenti, camaleonti, tartarughe, furetti, anatre e pappagalli. Persino un corvo imperiale fu rinvenuto a Scorrano, scappato da un allevamento.

Quale futuro per loro?
Passeranno il resto della loro vita con noi. Purtroppo questo è il destino di tutti gli esotici allevati in cattività. Non possiamo lasciarli nel nostro ambiente per la loro stessa sicurezza e per il pericolo di un inquinamento biologico, entrando spesso in competizione con gli animali locali. Caso tipico delle tartarughe palustri americane, vendute nei negozi o alle feste patronali, che in molte regioni hanno soppiantato la specie europea.

Cosa ti senti di dire a coloro che vorrebbero tenere in casa o nel proprio giardino uno di questi animali?
Il messaggio che voglio dare è sempre lo stesso e non mi stancherò mai di ripeterlo: questi animali non sono giocattoli, ma esseri viventi caratterizzati da particolari esigenze alimentari e ambientali. Non si devono acquistare con leggerezza, ma occorre informarsi bene sulle caratteristiche della specie, sul tipo di alimentazione, sulle esigenze di spazio e sulle peculiarità comportamentali. I pappagalli per esempio sono animali sociali che soffrono la solitudine, al contrario i rettili, come i pitoni, preferiscono starsene da soli. Spesso ci si trova nella condizione di affrontare costose cure mediche specialistiche, inizialmente ignorate, senza tener presente che non tutti i veterinari sono in grado di fornirle. Per cui vengono abbandonati. Qualsiasi animale di indole selvatica, poi, preferisce rischiare la vita in libertà piuttosto che restare al sicuro in casa nostra.

Ringraziamo Simone per le preziose informazioni e anche perché questa intervista è stata insolita. In genere, per una intervista ci si siede a tavolino. Con Simone, invece, si è trattato di un vero e continuo inseguimento: volontario in prima linea, non ha lasciato nemmeno per un attimo gli insetti, “ospiti” del museo. 

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