A Palazzo Palmieri, sito nell’omonima via in Lecce, in seguito passato per matrimonio nella famiglia dei Duchi Guarini, c’è una grande specchiera sulla quale è incisa una sigla.

Si tratta della firma di Gioacchino Murat, Re di Napoli e cognato di Napoleone Bonaparte, che fu ospitato in quel palazzo ed uscendone volle lasciare un segno indelebile del suo passaggio. Ma chi era questo sovrano, quale era la sua storia?
Gioacchino era nato il 25 marzo 1767 a Labastide-Fortuniere, ora Labastide-Murat, un villaggio del Midi francese fra Tolosa e Bordeaux, suo padre era albergatore e cercò di assicurare un futuro al figlio come sacerdote, facendolo studiare in seminario. Tuttavia il giovane non era per niente versato per la vita clericale, infatti dopo tre anni fu espulso per aver provocato una rissa. Dopo aver lavorato per altre tre anni nell’albergo paterno, decise di seguire la sua vera vocazione: la vita militare, arruolandosi nel 1787 come soldato semplice e facendo parte della Guardia Costituzionale di Luigi XVI. Allo scoppio della Rivoluzione Francese aderì al nuovo corso, avvicinandosi in seguito alle posizioni della sinistra giacobina, cosa che gli consentì in breve tempo di diventare ufficiale e di fare una rapida carriera. La mattina del 5 ottobre sistemò, su ordine del generale Bonaparte, sessanta cannoni nei pressi della chiesa di Saint-Roch, San Rocco, a Parigi, col cui fuoco furono accolti i partecipanti al tentativo di golpe filo-monarchico. Fu una strage. Da quel momento il suo nome e le sue imprese si legano a quelle di Napoleone, che segue in tutte le sue campagne, da quella d’Italia a quella d’Egitto, dove partecipa col grado di generale di brigata.
Spavaldo e provocante, classico esponente della sua terra, la Guascogna, si mette in luce per la sua spavalderia e lo sprezzo del pericolo. In diverse battaglie l’intervento della sua cavalleria è determinante ai fini della risoluzione dello scontro, come accade ad Abukir nel 1799, quando i suoi cavalieri si lanciano in un’entusiasmante carica seminando lo scompiglio ed il terrore fra le fila turche, seguendo Gioacchino che cavalca in testa. Il 18 Brumaio, 9 febbraio, 1799 è al comando della guardia che disperde il Consiglio dei Cinquecento, favorendo il colpo di stato di Napoleone. Nel 1800 sposa, Carolina sorella di Primo Console, nonostante il parere contrario di questi, sembra comunque che una buona parola l’avesse messa Giuseppina, anch’essa non estranea al fascino del Murat che, tra l’altro, era anche passato dal suo letto in precedenza. Nello stesso anno è eletto deputato del suo dipartimento, il Lot, quindi nominato comandante della prima divisione militare e governatore di Parigi, alla testa di sessantamila uomini, nel 1804 riceve la nomina a maresciallo dell’Impero, e due anni dopo è granduca di Clèves e di Berg. Il suo apporto è determinante in tutte le battaglie napoleoniche. Nel 1808 è autore di una spietata repressione in seguito alla rivolta antifrancese di Madrid. Spera che il cognato gli conceda il trono di Spagna ma rimane deluso, poiché questo va al fratello maggiore dell’imperatore, Giuseppe. Gioacchino deve accontentarsi del Regno di Napoli. In veste di sovrano abolisce il feudalesimo, riordina le forze armate napoletane e fa riprendere gli scavi di Ercolano. Segue ancora Napoleone in Russia ed è proprio a lui che il cognato affida i resti della Grande Armèe, mentre nella disastrosa battaglia di Lipsia riesce per un attimo, con l’impeto della sua carica, a rompere l’accerchiamento nemico.
Dopo la prima abdicazione di Napoleone si avvicina all’Austria cercando di conservare il suo trono, ma dopo la fuga del cognato dall’Elba cerca di riavvicinarsi a lui senza ricevere risposta. Alla testa di un’armata marcia incontro agli Austriaci ed il 30 marzo 1815 lancia il Proclama di Rimini, con cui cerca di spingere gli Italiani a ribellarsi agli Asburgo ed ad accorrere sotto le sue bandiere. Sconfitto nella Battaglia di Tolentino, è costretto ad abdicare. Dopo qualche mese in Corsica, alla testa di un manipolo di uomini cerca di riconquistare il regno. Sbarcato a Pizzo Calabro viene riconosciuto ed arrestato, quindi fucilato nel cortile del castello, il 28 settembre 1815. Non volle la benda sugli occhi ed ai suoi giustizieri disse: “Mirate al petto e risparmiate il volto!”
Nelle sue memorie da Sant’Elena, Napoleone dirà di Gioacchino: “È impossibile concepir maggior turpitudine del proclama di Murat! Vi è detto che il tempo di scegliere tra due bandiere: quella del delitto e quella della virtù! È la mia bandiera quella che egli chiama del delitto! […] eppure a Waterloo è Murat che forse ci avrebbe dato la vittoria […] bastava sfondare due o tre quadrati inglesi, egli era l’uomo della bisogna!”

Cosimo Enrico Marseglia