Se è vero che, come pensava Delacroix, «la fonte del genio risiede in quella delicatezza degli organi che fa vedere quello che gli altri non vedono, e fa vedere in modo diverso», allora non possiamo non definire il coreografo salentino Fredy Franzutti geniale.

Geniale è infatti la sua “Bella addormentata ne Bosco” (capolavoro romantico maestoso, avventuroso e divertente, che non conosce età di pubblico, amato dai nonni così come dai bambini e dai loro genitori) rappresentata dal Balletto del Sud per la prima volta nel 2000 e più volte replicata con notevoli consensi da parte del pubblico e della critica.
Mistero, fascino e magia, ma anche grazia, bellezza e virtuosismo sono gli elementi che la caratterizzano. In questo senso, nulla di diverso rispetto alla versione originale firmata da Marius Petipa e rappresentata dai ballerini sovietici nel lontano 1890 al Teatro Marinsky di Pietroburgo. Ma la “fiaba” definita dal poeta romantico di origine tedesca Novalis come «il sogno di quella patria che è dovunque e da nessuna parte», nel balletto di Franzutti si territorializza rivestendo i tratti tipici della cultura salentina e si temporalizza ambientandosi a cavallo fra gli anni sessanta del secolo scorso e gli inizi di quest’ultimo.
La materia coreografica è trattata con grande virtuosismo, fluidità e meticolosità, anche nei momenti in cui Franzutti inserisce, sempre con lo stile che lo contraddistingue, dei chiari riferimenti ai “balli” degli anni ’60 e 2000 e del folclore salentino. In un susseguirsi di scenografie di stampo tradizionale (fondali, quinte e sipari) che rappresentano logos ambientali, ora con una rigorosa prospettica ambientale, ora con un accattivante naturalismo un po’ naïf o con un essenziale simbolismo di stampo folclorico (a volte anche grottesco), si svolge la storia. Aurora è una giovane fanciulla salentina di origine borghese, che a causa di una “fattura” (maleficio) ad opera della vecchia maga Carabosse, è destinata a morire al compimento del sedicesimo anno d’età per il morso letale di una “tarantola”. Il triste destino viene però modificato dalla zingarella Lilla in un lungo sonno della fanciulla e di tutti gli abitanti del territorio circostante. Sarà il bacio del giovane antropologo Ernesto (un chiaro riferimento a Ernesto De Martino e al suo saggio “La terra del Rimorso”) a riportare in vita la giovane.
“La Bella Addormentata” di Fredy Franzutti, per la leggibilità della drammaturgia, per l’efficacia dell’ambientazione e per la viva caratterizzazione dei personaggi, sembrerebbe conservare tutta la leggerezza e la freschezza della “fiaba”. Ma dietro alla “poesia dell’irreale” si cela, velata da metafora, una “realtà poetica”: quella salentina. Forse la fanciulla rappresenta la “terra salentina” bella in tutte le stagioni, nobile per la ricchezza di tradizioni, leggende e storie, semplice e genuina per i suoi variegati colori e sapori. Forse il padre di Aurora (figura nuova nella versione di Franzutti) piuttosto autoritario, vigile e diffidente riproduce il contesto familiare salentino, ancora oggi frequentemente a predominanza patriarcale. Forse l’antropologo Ernesto raffigura il turista che giunge nel territorio salentino e ne rimane affascinato: resta rapito da così tanta bellezza e purezza da decidere, spesso, di insediarvisi. E Carabosse? Forse la vecchia fattucchiera tratteggia quel sentimento di dignitosa rassegnazione del popolo salentino, consapevolmente sopito in una perenne emarginazione territoriale e stagnazione sociale ed economica. E forse la zingarella Lilla, invece, ritrae la speranza di un futuro migliore, di una “terra salentina” ancora più pura, più ricca e più bella, tanto da togliere il fiato.

PATRIZIA BALDASSARRE

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