Non si ha una data certa  con la quale stabilire quando nacquero  i primi tentativi di inquinare con il trucco le partite di calcio; forse iniziarono subito, visto che questo malvezzo è rimasto nel tempo, anzi si è dilatato a macchia d’olio ai nostri giorni.

Ma il primo “scandalo” vero risale al campionato 1926-1927, è inerente allo scudetto vinto dal Torino ed ha per protagonista il giocatore Luigi Allemandi, terzino della Juventus e nome noto perché, in seguito, diventato campione del mondo nel 1934 affermandosi come uno dei più grandi difensori della sua epoca. Fu accusato di avere intascato 50.000 lire per orientare il risultato di Torino-Juventus a favore del Torino che, con la vittoria, avrebbe raggiunto la poule scudetto e, successivamente, si sarebbe laureato campione d’Italia. La Federazione agì con prontezza e con immediata durezza perché revocò lo scudetto granata, squalificò a vita il presidente del Torino, il conte Maroni-Cinzano e squalificò a vita il truffaldino Allemandi.
Occhio alle date! Siamo nel 1927 ed Allemandi diventa campione del mondo nel 1934. Come è stato possibile? Semplice, perché quasi tutti i provvedimenti forti della FIGC diventano, per qualche strano motivo, temporanei. Infatti, Allemandi, dopo solo otto mesi di squalifica, rientrò in campo  con la maglia dell’Ambrosiana dal momento che usufruì di un’amnistia varata in occasione dell’anno olimpico 1928, di cui beneficiarono tutti coloro che si erano macchiati di reati sportivi. In seguito Allemandi divenne il più forte terzino sinistro del mondo, si laureò, come detto, campione del mondo nel 1934, diventando anche il capitano della nazionale.
Perché questa premessa?  Per chiedere ai lettori se, per caso ritengano che da allora ad oggi sia cambiato qualcosa. Non riscontrano per caso analogie con il 1980? Ne consegue, è mia personale opinione, che se la sentenza del 1927 costituisce “pietra miliare” per il perseguimento di reati sportivi, lo è anche nelle sue successive soluzioni ed allora, forse, non sapremo veramente cosa fare.
Vorrei sintetizzare con un rapido escursus i più significativi casi, fino all’attuale di “scommessopoli”. Su tale argomento Oliviero Beha ha scritto un ottimo libro, ricevendo in cambio l’assoluto silenzio e l’emarginazione dei suoi scritti dalle pagine sportive; in parole povere è sempre stato boicottato. Nel 1955 ci furono due grosse squadre, Milan e Lazio, ad avere problemi con la giustizia sportiva ma se la cavarono perché per loro non scattò la responsabilità oggettiva che, invece colpì l’Udinese, allora squadra minore, che venne retrocessa. Ma in tutto questo bailamme gli arbitri entrarono nella vicenda? Certo e basta ricordare Ugo Scaramella che fu squalificato a vita per le sue malefatte sul campo ma anche per una storia che lo coinvolgeva sul piano familiare (sarebbe bene ricordarlo a Nicchi insieme a Bergamo, Pairetto, Lanese, Gabrieli, Palanca e chi più ne ha più ne metta).
Una tregua di soli tre anni e nel 1958 si scopre l’illecito di Padova-Atalanta con il truccatore di partite Gaggiotti, quelli più anziani lo ricorderanno, che provocò la squalifica a vita per Azzini, stopper del Padova, e la retrocessione in B per l’Atalanta. Nel 1960, con l’Atalanta questa volta parte lesa ma nel prosieguo degli anni molte volte in mezzo a scandali, finì in B il Genoa e fu squalificato a vita il giocatore del Bologna, Cappello, perché fece da intermediario tra il Genoa e l’Atalanta servendosi dei suoi ex compagni di squadra Boccardi e Cattozzo in forza all’Atalanta. Saltiamo adesso al 1974, non perché negli anni precedenti non fosse  successo  nulla ma perché si trattò di reati minori, e troviamo il caso che coinvolse Verona e Foggia, finite entrambi in serie B.
Ma per arrivare alla madre di tutto “Truccopoli” bisogna andare al 1 marzo 1980, quando un maneggione, tale Massimo Cruciani, presenta un esposto alla procura di Roma con il quale coinvolge una serie impressionante di calciatori, alcuni veramente famosi. I nomi più noti sono quelli di Cacciatori, Giordano, Manfredonia, Wilson  tutti della Lazio, Magherini del Palermo, Merlo (chi lo ricorda?) del Lecce, Di Somma e Pellegrini dell’Avellino, Petrini, Savoldi, Paris, Zinetti, Dossena, Colomba del Bologna, Agostinelli e Damiani del Napoli, Paolo Rossi, Della Martira e Casarsa del Perugia, Girardi del Genoa. Il prosieguo dell’indagine coinvolse anche altri giocatori famosi, tipo Albertosi, ma la sentenza penale fu,tutto sommato, mite perché all’epoca non esisteva il reato di frode sportiva codificato successivamente. Ma se la sentenza penale fu mite per mancanza di reato codificato, quella sportiva sembrò, come sempre, abbastanza pesante: Milan e Lazio in serie B, Avellino, Bologna e Perugia 5 punti di penalizzazione. Dei giocatori interessati voglio ricordare solo Albertosi, Cacciatori e Wilson squalificati a vita, Giordano, Manfredonia, Petrini, Savoldi Paolo Rossi 3 anni di squalifica, Damiani e Colomba 3 mesi di squalifica. Ma la CAF, a cui si erano rivolti i condannati, riformò parzialmente la sentenza confermando la punizione per le squadre e riducendo la squalifica  ad alcuni calciatori, tipo Albertosi (4 anni), Paolo Rossi (2 anni) ,squalifica questa che gli consentirà di partecipare ai mondiali del 1982 e diventare “Pablito”. La sentenza apparentemente fu dura ma, “more solito”, dopo il mondiale vinto ci fu un’amnistia, che in Italia non si toglie a nessuno, e che consentì a tutti gli implicati nel grossissimo scandalo, di frequentare impunemente e con grossi cachet gli studi televisivi, di diventare allenatori profumatamente pagati. E’ ovvio che questo tipo di provvedimento non estirpò la mala pianta, che anzi venne coltivata ancor meglio se è vero, come è vero che nel 1985 tra i condannati per ulteriore scandalo di partite truccate, c’è Ulivieri (attuale presidente dell’Associazione allenatori) a 3 anni, ci sono Guerini, all’epoca calciatore, 3 anni anche per lui, Cagni 4 mesi e De Biasi 1 mese. Perché questo escursus? Per risvegliare la memoria dal torpore nella quale stava cadendo, per ricordare ai più giovani, che sperano in un calcio più pulito, che con le premesse di cui sopra non si va lontano e per dire ai tifosi che non è il caso di azzuffarsi agli stadi per partite delle quali non si è certi del risultato.