“allo specchio”: guardarsi allo specchio per conoscerci  osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

Chi non ascolta e chi non parla

Ci sono due grandi categorie di esseri umani, meglio,  di comunicatori inefficienti: quelli che non sanno ascoltare e non sanno parlare e coloro che non sanno parlare e non sanno ascoltare. Non è la stessa cosa. Queste frasi sembrano uguali, invece c’è una differenza: ci dicono che la lacuna, l’errore, il passo sbagliato è in partenza, all’inizio.
Infatti il saper ascoltare produce per certi aspetti anche il saper parlare, allo stesso modo che il parlare produce il saper ascoltare.
Se non siamo in grado di ascoltare, le parole che gli altri dicono non hanno senso.  Su quali parole o frasi o costrutti sintattici, potremo modellare il nostro parlare, se non comprendiamo? Quali significati, se non li assumiamo, potremo utilizzare? Dunque se non siamo in grado di ascoltare non impareremo a parlare. Analogamente se non siamo in grado di parlare, le nostre parole non hanno senso per chi le ascolta, non avremo nessuna risposta e noi continueremo a dire parole e non impareremo ad ascoltare.
Ascoltare non è presenza muta, non è passività, è attenzione. Per questo il primo correlato dell’ascolto è il silenzio: chi ascolta si preoccupa più del parlante che non ci siano disturbi alla comunicazione e non è in attesa di dire la sua, non si prepara per contestare o ribattere, togliere o aggiungere, anche questo sarebbe disturbo alla comunicazione; cerca piuttosto di entrare nella testa dell’altro, e si decentra, esce fuori da sé stesso per accogliere i nuovi contenuti, ideativi ed emotivi, che l’ altro comunica.
Parlerà anche lui. Lo scambio del ruolo è condizione necessaria all’ascolto: il dialogo è la situazione comunicativa ideale, ossia una condizione di parità, altrimenti l’ascolto diventa passivo.
Lo stesso accade a chi parla. Il monologo non è la situazione comunicativa ideale.
Parlare non è flusso continuo di parole, non è aggressività; è controllo. Per questo al parlare si accompagna il rispetto verso chi ascolta: chi parla si preoccupa più di chi ascolta che di se stesso, non si compiace, non abusa della pazienza dell’altro, e, soprattutto, non è così coinvolto emotivamente per ciò che dice da perdere di vista la situazione. Ha presente le condizioni dell’altro: la sua capacità di ascolto – disponibilità, attenzione -, la sua capacità di comprendere linguaggio e contenuti; considera la possibilità che gli schemi di riferimento dell’altro possano essere differenti dai suoi. Si prepara a sua volta ad ascoltare.
Due persone in treno guardano dal finestrino un panorama ed esclamano insieme: Che meraviglia! Così cominciano a parlare, ma ciascuno dei due non capisce ciò che l’altro sta dicendo e nemmeno si accorge di non comprendere. Per l’urgenza di esprimere i loro pensieri, le idee scaturite alla vista di quel panorama, le emozioni che provano, non si sono nemmeno presentati: uno è un pittore, l’altro è un costruttore. Quando tutti e due commentano la bellezza del panorama, sia pure con la stessa frase, ciascuno pensa a cose completamente diverse da quelle dell’altro.
Comunicare vuol dire essere vicino all’altro quel tanto che basta per capire vera¬mente ciò che dice senza perdere di vista le proprie esigenze, mediando tra la possibilità di ascoltare e la necessità di soddisfare i propri bisogni che significa parlare. Comunicare è essenzialmente essere tolleranti, cedere, quando valutiamo che l’esigenza dell’altro è primaria e la nostra è secondaria. Comunicare è anche essere presenti a se stessi ossia conoscere i propri diritti; rispettare i nostri bisogni. In questo caso dobbiamo diventare assertivi e considerare primaria la nostra esigenza.
Se così stanno le cose possiamo concludere che comunicare è difficile. Mettere in pratica la comunicazione ideale è così difficile che è pressoché irrealizzabile. Può essere utile soltanto il sapere come stanno le cose, i motivi delle incomprensioni. Per il resto non preoccupiamoci, siamo come siamo, incapaci di ascoltare e di parlare. Attenzione! Non è pessimismo, è accettazione della nostra natura, sorda e muta.