Foto Antonio CastelluzzoL’immagine che ne viene fuori è scoraggiante, a dir poco. Nove aziende di autotrasporto su dieci hanno sofferenze bancarie o comunque bilanci non in attivo. Peggio, il fatturato è calato del 30% rispetto al 2010.

Sono questi i dati dell’indagine condotta sul territorio regionale dall’Unione Cna-Fita Puglia, su un campione di cento imprese con un parco veicolare composto da almeno due tir e un autista dipendente. I motivi del tracollo sono vari e diversi. L’aumento del costo del gasolio, innanzitutto, a cui si è aggiunto quello delle tariffe autostradali, dei costi assicurativi. Non solo, l’impennata dell’aumento della pressione fiscale e il conseguente differenziale dei costi tra le  imprese di autotrasporto italiane e i competitor europei hanno portato a una esposizione bancaria come mai prima d’ora. “E’ un quadro di criticità che sta per deflagrare  anche nella nostra Puglia, nel settore dell’autotrasporto merci conto terzi- spiega il segretario regionale Riccardo Ciliberti- La necessità di abbattere i costi di produzione fa registrare la tendenza, da parte di non pochi committenti, ad utilizzare servizi di vezione offerti da autotrasportatori incuranti del rispetto dei costi minimi fissati dall’Osservatorio dell’autotrasporto, della normative in materia di tutela della sicurezza stradale, di contratti collettivi nazionali del lavoro per i propri dipendenti”. Insomma, si gioca al ribasso. Solo il 10% degli intervistati, infatti, è riuscito a farsi riconoscere corrispettivi per il servizio di trasporto nel rispetto di quei costi minimi, per il resto si tira la corda, incuranti dei tempi di guida e di riposo e del Codice della strada più in generale. Mettendo così sulla strada lavoratori stanchi e avviando alla chiusura centinaia di aziende di autotrasporto sane  e in regola.

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