Foto Andrea Stella«La liberalizzazione degli orari di apertura e di chiusura degli esercizi commerciali contenuta nel decreto legge del governo Monti, noto come decreto “Salva Italia”, non porterà alla crescita economica ma solo all’inasprirsi di una crisi che già da diverso tempo

sta affliggendo il settore commercio, e che è necessario affrontare con ben altri provvedimenti. È quanto afferma Alfredo Prete, presidente di Confcommercio Lecce, a seguito dell’entrata in vigore della nuova norma.

«La completa deregolamentazione delle attività commerciali, infatti, non rappresenta una risposta positiva alla crisi – prosegue Prete – ma una rinuncia esplicita a quel principio di pluralismo distributivo e di leale concorrenza nel settore commercio che da sempre Confcommercio ha cercato di tutelare, ponendosi al fianco delle piccole e medie imprese, senza tuttavia trascurare gli interessi delle grandi aziende della distribuzione.

«L’apertura ventiquattro ore al giorno e per tutto l’anno è una condizione insostenibile per le micro imprese, che si troveranno nella situazione di dover scegliere tra il diritto al riposo e alla famiglia da una parte, e la dolorosa rinuncia all’attività dall’altra. Allo stesso modo, – continua Prete – possiamo dire che la formula del “sempre aperti” risulterebbe difficilmente sostenibile anche per le grandi imprese, costrette a far fronte a costi crescenti, a partire da quello del lavoro dipendente, fino a quello necessario per assicurare diverse tipologie di servizi, come l’energia elettrica e i servizi per la sicurezza.»

Le micro imprese, che costituiscono il nostro tessuto imprenditoriale, nella impossibilità di organizzare una turnazione dei lavoratori dipendenti, o nella incapacità di assicurare quei servizi accessori, come per esempio la sicurezza, a lungo andare saranno costrette a chiudere.»

«Se poi facciamo un confronto con l’Europa,  – precisa – risulta evidente sin da subito una differenza nel modo di regolamentare il settore commercio. In Francia e in Germania, per esempio, per le attività del commercio non vi è alcun limite di orario giornaliero di apertura e chiusura, però è salvaguardato il principio dell’apertura per deroga nelle giornate domenicali e festive. In Italia, invece, si è scelta la via della completa deregolamentazione dell’attività, anche nelle giornate domenicali e festive.»

L’applicazione della norma sulle liberalizzazioni fa emergere due altri aspetti di grande rilevanza. Anzitutto la questione di legittimità costituzionale che tale norma apre, per via del conflitto di competenze tra Stato e Regione, in una materia che, con la riforma del titolo V della Costituzione, è di competenza esclusiva delle regioni, e il venir meno del principio di concertazione tra pubblica amministrazione e associazioni di categoria, quale fondamentale mezzo di contemperamento delle varie esigenze degli operatori. Un principio basilare per la nostra attività sindacale svolte a tutela dei commercianti»

In un quadro così complesso – conclude Alfredo Prete – «Confcommercio Lecce sostiene attivamente l’importanza di avviare al più presto i Distretti Urbani del Commercio (DUC), quali organismi che, in quanto aggregazione fra operatori del settore commercio e la pubblica amministrazione, favoriranno la valorizzazione e la riqualificazione del commercio e dell’ambiente urbano, ove esso si svolge, attraverso innovative politiche di governance che prevedono l’attrazione di finanziamenti comunitari, nazionali o regionali.»

«In merito al dibattito che si è animato in questi giorni circa la possibilità di una liberalizzazione dei saldi, – precisa il Presidente di Confcommercio – è opportuno sottolineare come tecnicamente i saldi rappresentano una vendita di fine stagione, e pertanto non è possibile una liberalizzazione. A tal proposito, ritengo necessario ricordare che il Regolamento Regionale sulle vendite straordinarie consente già al commerciante di effettuare vendite promozionali o di liquidazione durante l’anno, con l’esclusione proprio del periodo dedicato ai saldi. I saldi, dunque, sono un momento di vendita guardato con grande interesse dalla totalità dei consumatori e, come sostiene il Presidente nazionale di Federmoda Italia, Renato Borghi, “rappresentano ancora oggi uno straordinario rito collettivo di enorme rilevanza economica ma anche di costume”. »

Secondo le stime dell’Ufficio Studi Confcommercio ogni famiglia, in occasione dei saldi invernali 2012, spenderà 403,00 euro per l’acquisto di capi di abbigliamento e accessori, per un valore complessivo di 6,1 miliardi di euro, pari al 18% del fatturato annuo del settore. «Ora, con l’avvio dei saldi confidiamo in una boccata d’ossigeno per le vendite.»

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