Un pavone passeggiava per il centro di un parco cittadino, esibendo, tutto soddisfatto, la sua bellissima e variopinta coda dai tanti occhi.
“Che soddisfazione!” – pensava tra sé – “Tutto il vicinato mi ammira e gli occhi dei turisti sono tutti per me! Non potrei essere più contento”.

Transitava di lì anche un gabbiano, per riposarsi e indi ripartire verso il mare vicino.
“Povero illuso” – esordì, parlando al pavone.
“Come dici prego?” – girandosi, stizzito quest’ultimo. “Dimmi un po’! Perché sarei un illuso?”.
“Perché ti fregi della tua bellezza, ma non hai la libertà. Sei schiavo del parco e del suo circo multiforme. Io posso volare dove voglio. Tu hai una coda bellissima, io no, ma ho cose ben più preziose. Poi, lo sai che con le tue penne ci fanno anche i cappelli? Attiri si l’attenzione, ma anche dei malintenzionati”.
“E perché? Tu no?”
“Non dico questo, ma ho più possibilità di salvarmi se volo alto”.
Il pavone, indispettito, si girò su se stesso, tirò il faccino all’insù e allargò ancor più la sua ruota, camminando con passo maestoso.
Il gabbiano, constatando che il suo interlocutore era un tipo molto suscettibile, intuì subito che la conversazione era terminata, ma, in cuor suo, gli augurava ogni bene e di raggiungere la vera felicità.
Dopo qualche tempo, sul finir della primavera e ai primordi dell’estate, i due si ritrovarono, per un puro caso.
“Toh! Il mio bell’esemplare di procellaria libera!” – esclamò il pavone.
Il gabbiano, sorpreso da quell’improvvisa voce, si girò intorno, ma non vide nessuno.
“Boh?! Me lo sarò immaginato!” – e riprese il suo riposo.
“Ehi! Dico a te! Non ti ricordi? Sono il pavone dalla splendida coda”.
“Ricordarmi, mi ricordo, ma non ti vedo. Eppure la tua coda è visibilissima anche da lontano, non è che potresti aprirla? Così, magari, mi aiuti a localizzarti”.
“Non posso. L’ho appena lavata nel laghetto e non voglio sporcarla. Mi sto asciugando dietro il cespuglio”.
“Capisco, allora vengo io da te”.
“Nooooo!” – inveì il pavone – “Non vorrai mica vedermi tutto bagnato”.
“L’acqua non mi spaventa e tu neanche, ma, se non vuoi esser visto, perché mi hai chiamato?”.
“Così, ti ho riconosciuto e volevo far due chiacchiere”.
“Ma se l’altra volta ti sei offeso?”
“Che c’entra? Mica sul serio! Allora? Che hai fatto in tutto questo tempo?”.
“Oh! Ho visitato luoghi stupendi, respirato aria salmastra, mangiato il miglior pesce, conosciuto altri simili e ascoltato storie incredibili, di mare e non. E tu?” – mentre, insospettito, si alzava in volo per osservare da vicino il pavone. Che rinunciasse ad esibirgli la ruota, perché bagnata, era ben strano. Cosa c’era di male ad esser fradicio?
“Beh, io ho firmato mille e più autografi, mangiato cibi deliziosi e conosciuto tanti bambini. Sai, mi hanno scattato tante foto. Eh si, sono un vero vip da copertina ormai!”
“E immagino che il vip che porta il cappello fatto con le tue penne lo sia ancora di più, o, magari, una donna nobile. Si, le usavano anche loro” – mentre, planando, si parava dinanzi al pennuto. Anzi! Ex pennuto!
“Aaaahhh! Come ti sei permesso? Ti avevo detto di non venire da questa parte!”.
“Come io ti avevo avvisato del fatto che ti avrebbero potuto spennare. Pare sia stato profeta, anche se mi dispiace! Ma, com’è successo?”.
“Beh! Sai com’è, i visitatori volevano tutti un ricordino e allora, stacca una penna oggi, stacca una penna domani, sono famoso si, ma nudo. Mi hanno spogliato di tutta la mia beltà”.
“Ok, questa è la versione ufficiale suppongo, ma quella ufficiosa e probabilmente vera, qual è?”.
“Mi stai dando del bugiardo?”
“Si, i proprietari del parco non l’avrebbero mai permesso e se ne sarebbero accorti. Ergo, la verità dev’essere un’altra”.
“In effetti, si, sono entrati notte, hanno eluso gli allarmi delle gabbie e mi hanno portato via le penne! Un dolore, dentro e fuori di me. E non potevo difendermi, ero prigioniero sai? Ti ho pensato, mi sono tornate in mente tutte le tue parole e ho capito quanto sono stato sciocco a pavoneggiarmi così, ma, sono un pavone! Che posso fare?”.
“Imparare ad essere un po’ più umile, a guardare le cose con obiettività e modestia e rimboccarti le penne per cambiare le cose. E a contare sugli amici. Hanno sporto denuncia?”
“Si, ma dubito li prenderanno”.
“E chi lo dice? Io, in volo, posso veder meglio degli altri. Ti prometto che non riusciranno a farla franca”.
Detto così, gli avvicinò del cibo e spiccò il volo.
“Buona fortuna … amico mio!” – sussurrò sul finale l’ex pennuto, quasi meravigliato di aver trovato un amico, nonostante si fosse comportato male.
Il gabbiano volò in lungo e in largo, fino ad arrivare alla villa sul mare di una contessa, poiché nel giardino sottostante la sua visuale, notò una giovanetta con un mazzolino in mano, assai curioso.
Planò e … bingo! Erano le penne del pavone.
“Pensa Dominica!” –  si vantava la contessa –  “Delle vere penne di pavone, da cucire sul vestito che indosserò stasera al galà e, quel che più conta, gratis!”.
“Ssssi, signora”.
“Beh! Che ti prende? Non approvi quello che ho fatto? E allora? C’è tanta gente che fa quello che non dovrebbe fare e io mi dovrei preoccupare per un pennuto?”.
“Mi perdoni signora, il mio modesto parere non conta. Se permette, torno in sartoria”.
“Ecco, brava, non conta perché tu non conti e … già che ci sei, vedi di servirmi quel gabbiano che gira intorno alla casa con un bel contorno di patatine novelle stasera”.
Il gabbiano, sentendola, cominciò a volare più forte e più in alto, non prima di aver dato una beccata in viso alla signora.
La scena era da vedere: Dominica rincorreva per il giardino la signora, per medicarle il viso, questa seguiva a perdifiato il gabbiano e lui, per tutta risposta e per far dispetto a questa, volava sempre più in alto e sempre più veloce.
Tuttavia, voltandosi indietro, per vedere dove fosse la sua inseguitrice e dove avesse posato gli ocelli del pavone, abbassò la quota, non vide un albero e ci sbatté contro, scivolando, col becco in su, lungo lungo tutto il tronco.
“Ah Ah! Ti ho preso bestiaccia! Vediamo … ti farò flambé! Ti piace l’idea?”.
“Urgle!” – cercò di parlare la preda – “No! Glom!”.
Mentre il gabbiano immaginava la sua fine e quella lo teneva per il collo, Dominica andò a sbattere contro la signora, che finì distesa a terra. Non si fece nulla, dotata di ammortizzatori naturali come era.
“Sciocca!” – inveì la contessa – “Vuoi che ti usi come spiedino per la carne di gabbiano?”.
Dominica non disse nulla e, molto accorta nel non farsi notare, iniziò a sorridere, per poi sogghignare.
La contessa, intanto, si era rialzata col suo bottino in mano, che ormai disperava di salvarsi.
Camminava con passo fiero verso le cucine di casa, decisa ad affidare il pennuto al cuoco, ma, mentre procedeva così fiera, inciampò e cadde.
Tardò a rialzarsi, perché si era lussata un ginocchio. Causa della sua caduta, fu un cespuglietto verde, al che lei credette che la colpa fosse del giardiniere, ma … sorpresa!
Il cespuglio non era tale: era il pavone!
Il gabbiano, ormai libero dalla morsa della strega in gonnella, ne approfittò per cominciare a beccarla a destra e a manca, seguito dal pavone, che non mancò di farle capire cosa avesse provato a rimanere privo di ciò che era suo.
I domestici, stanchi di subire le sue angherie, non la aiutarono e non finirono neanche di cucirle l’abito per la festa. Inutile dire che si arrabbiò oltre ogni dire, ma nessuno ci fece caso, finché non si addormentò esausta. Fu solo allora che il medico poté visitarla con calma.
Dominica, intanto, restituì le penne al pavone.
“So che non è la stessa cosa, ma tornerai ad essere più bello di prima. Ti prometto che racconterò ai proprietari del parco quello che la mia padrona ti ha fatto. Oggi mi avete insegnato un sacco di cose voi due;  e non solo a me. Per ringraziarvi vi preparerò una minestra speciale e una sorpresa!” – e, così dicendo, si allontanò, riprendendo un attimo le penne.
“Secondo te che vorrà fare?” – domandò il pavone al gabbiano.
“Non lo so, ma aspettiamo. Mi sembra una brava ragazza. Piuttosto, devo ringraziarti!”.
“E perché? Tu hai fatto tanto per me. Mi sono solo ingegnato un po’!”
“Come hai fatto ad uscire dal parco?”.
“Vedi, ormai privo di attrattive, i proprietari volevano liberarmi, ma sapevano che avrei avuto difficoltà. Allora, dopo la visita del veterinario, ho fatto capire loro che volevo una mano, per darla a mia volta ad un amico e per riprendermi ciò che era mio, per far capire che anche io esisto ed ho una dignità”.
“Gli hai  … parlato?” – chiese stupefatto il gabbiano.
“In un certo senso. Vedi, per stupire la gente, mi stavano insegnando a scrivere e a disegnare, così ho abbozzato qualcosa. Il resto lo ha fatto la loro sensibilità. Per coprirmi, mi hanno fatto un vestitino di foglie, allora mi sono messo a fissare il tuo volo e ho deciso di seguirti, arrivando fin qui … con loro”.
“Oh. Da quanto dici, però, non sono pericolosi!” – replicò l’amico del pavone, indicando gli ormai sopraggiunti ragazzi del parco.
“No, affatto. Ero solo io ad essere vanesio”.
“Ed io troppo saccente e presuntuoso. Ho creduto di poter fare tutto da solo e, invece, ho rischiato di finire flambé”.
“Lo hai fatto per me … diciamo che ci siamo aiutati a vicenda … amico!” – abbracciandosi come meglio potevano.
Intanto, Dominica era tornata, con delle ali di occhi di pavone.
“Mamma mia! Che bella!” – esclamarono i proprietari del parco.
Dopo le presentazioni, Dominica raccontò tutto e la contessa fu denunciata e arrestata, mentre la domestica fu assunta dai due ragazzi per il loro giardino.
Dopodiché, Dominica infilò le ali da lei cucite al pavone: “Ecco, in attesa che ricrescano le tue, più forti e più belle piccolino!” – fra l’applauso generale durante la vestizione e un fragore di ali da gabbiano, che applaudivano più di tutti.
Fine
Ogni riferimento a fatti, persone, situazioni, è puramente casuale

Gabriella De Carlo

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