“Ma per le vie del borgo dal ribollir de’ tini va l’aspro odor dei vini l’anima a rallegrar” (San Martino di Giosuè Carducci).
Ricordo nitidamente l’estate della mia infanzia, trascorsa dai miei zii adorati in paese, con i pergolati rustici, coperti dai fitti tralci della vite, all’ombra dei quali si trascorrevano ore piacevoli a conversare serenamente.  Pergolati che ogni casa di campagna, di paese ed osteria aveva un tempo e che

s’incontravano anche nelle città, costruite a misura d’uomo, prima che il cemento le invadesse eliminando  irreparabilmente qualsiasi traccia di verde.
Era una specie di seconda casa estiva avente come tetto la cupola verde delle foglie sotto cui ripararsi dalla calura e la vite che si arrampicava sul pergolato offriva, di solito, uva bianca o moscatella che, durante la vendemmia, si pigiava a parte.
Esistono documenti di poeti, scrittori ed artisti che necessitano di una ispirazione enologica per poter esaltare la loro vena creativa. John Wolfgang von Goethe per esempio, prima di scrivere era solito bere del buon vino asserendo spesso che “dopo il denaro il vino è la più importante delle cose”, per William Shakespeare invece era “una buona e piacevole cosa”, mentre per Aristotele “Il vino conforta la speranza”.
Gli spiriti più geniali principalmente distintisi brillantemente nelle lettere ed arti, sono profondi sostenitori della bontà assoluta di questa bevanda divina e Francois Rabelais dedica il suo capolavoro Gargantua e Pantagruel ai “bevitori illustrissimi”.
La vite si sviluppò nel Salento in epoca antecedente la colonizzazione greca dell’VIII secolo A.C. e nell’era romana, impiegando poi, metodi più consoni, il vino diventò una fonte di reddito importante per la zona ed il suo utilizzo si diffuse in tutta Europa, sulle sponde del Mediterraneo ed in Asia Minore ed esso fu così apprezzato che, per distinguerlo dal comune vinum, fu denominato merum, dal termine dialettale mieru.
Finalmente oggi si può pienamente affermare che i vini salentini sono in massima parte eccellenti, degni di competere con le migliori etichette italiane e straniere. Infatti, sino a qualche anno addietro, il vino pugliese era considerato ed utilizzato da taglio, buono per alzare il grado alcolico dei vini aristocratici, ma decisamente rozzo al palato, ragion per cui si spiega il flusso di damigiane ed autobotti che facevano la spola tra la Puglia e la Francia e le regioni settentrionali.
All’inizio del 900, quando l’epidemia di filossera distrusse irreparabilmente interi vigneti, s’iniziò a ricostruire il patrimonio enologico regionale infatti, le viti furono ripiantate a media altezza: piede di vite americana per rinforzare la pianta ed innesto di vite europea, originando così il tipico vino pugliese. Poi, gradatamente, i due vitigni locali di rosso, il Negroamaro di Puglia ed il Primitivo, iniziarono ad essere selezionati sperimentando così uvaggi e monocolture.
Ultimamente, le migliori aziende vinicole salentine, più attente alla qualità che al giro di affari, propongono interessanti prodotti non stancandosi mai di sperimentare, così come succede per i vitigni di Malvasia leccese, usati sovente in uvaggi con il Negroamaro o per la produzione di ottimi vini rosati da pesce e chi è in vacanza nel Salento può ammirare le distese delle vigne ad uve nere e degustare i più prelibati vini rossi e rosati pugliesi caratteristici delle cantine di Alezio, Copertino, Galatina, Leverano, Matino, Nardò, Salice Salentino e Squinzano.
“Il vino è la poesia della terra”. (Mario Soldati).
Alcune notizie sono state tratte da: www.oliovinosalentino.com e www.vino-salute.com