Per loro la sentenza che il 13 febbraio scorso ha condannato, a Torino, i vertici dell’Eternit è il grimaldello per ottenere giustizia. Anche se in quel processo non hanno potuto prendere parte. Quello bis che si aprirà a breve, però, dovrà essere il loro riscatto.

A questo mirano i quasi mille operai salentini che hanno lavorato presso le fabbriche dell’amianto svizzere. E per questo stanno per costituirsi in un comitato che possa rappresentarli in giudizio. Primo appuntamento giovedì sera, alle 20, presso l’auditorium comunale di Corsano. Lì incontreranno il magistrato Vittorio Raheli, i sindaci, i medici della Asl che li seguono nel distretto di Gagliano del Capo. Lì dovranno gettare le basi per chiedere il risarcimento danni. E la condanna per omicidio colposo per i top manager della multinazionale elvetica. Di certo c’è che senza la costituzione di un comitato ad hoc sarà difficile ottenere tutto questo. I leccesi, che, tra gli anni ’60 e fino al 1992, hanno lavorato negli stabilimenti di Niederurnen e Payern, sono troppi e di troppi comuni differenti. Dai 250 di Corsano e i 200 di Tiggiano ai 64 di Andrano, fino ai 5 di Veglie. Gli elenchi dei coinvolti li ha forniti all’associazione Emigranti italiani in Svizzera di Corsano proprio il procuratore piemontese Giuseppe Guariniello. Lui avrebbe voluto coinvolgerli già nel primo processo di Casale Monferrato, quello che si è chiuso con la condanna per disastro ambientale doloso permanente e per omissione dolosa delle misure di sicurezza. Ma il Suva, l’omologo svizzero dell’Inail, non ha risposto per tempo alla richiesta di documentazione relativa alle pratiche di malattia professionale. In alcuni casi il riconoscimento, infatti, ha atteso per decenni, fino ai primi anni del 2000. Ora la certezza che i vertici Eternit sapevano, già dal 1962, della pericolosità delle fibre di amianto, la certezza che, ciononostante, non hanno fatto nulla per tutelare la salute degli operai è scritta nero su bianco. Ma per i salentini, senza il loro fare squadra, questo comunque sarebbe un buco nell’acqua.

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