Avremmo voluto parlare della nuova edizione del Festival della Canzone Italiana. Avremmo voluto commentare con voi i brani proposti dai 14 big, sottolineare la scelta della scenografia dal palco alle luci, e poi dei giovani, della giuria di qualità, del televoto.

E invece – come un po’ di anni a questa parte sta succedendo, il Festival è riuscito di nuovo a far parlare di sè il giorno dopo. In tutto; meno che delle canzoni.

Alzi la mano chi è riuscito ad ascoltare un paio di brani nuovi. Nessuno? Possibile. Sì, perché un italiano medio, tornato dal lavoro e a cena con la sua famiglia, avrà acceso il televisore intorno alle 22.00. Proprio nel momento in cui è partito il tanto atteso e conclamato monologo di Celentano. Più di un’ora di parlato fatto di prediche, attacchi ai giornali cattolici, al mondo politico, sociale economico. È perfino arrivato a dire che “Aldo Grasso è un deficiente”. E gli attacchi ovviamente a chi ha “parlato male di lui”.
La prima sentenza del molleggiato su due giornali cattolici: «Avvenire e Famiglia Cristiana andrebbero chiusi. Parlano di politica e mai di Dio».

E noi vorremmo domandare a Celentano: «Li ha mai letti questi giornali cattolici? Ma soprattutto sa cos è un giornale cattolico?». Tutto l’attacco è partito per la precedente polemica sul compenso che sarebbe stato a lui elargito per la partecipazione a questa serata. «Se c’è una cosa che non sopporto dei preti e anche dei frati – ha detto ieri sera Celentano – è che non parlano mai della cosa più importante e cioè del motivo per cui siamo nati, del cammino verso il traguardo, insomma non parlano mai del paradiso. Non siamo nati per morire. Devono dirlo. Sennò la gente pensa che la vita sia quella che stiamo vivendo adesso: la guerra, lo spread. Ma che c##o di vita è questa?». Immediata la replica di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire: «Se l’è presa con i preti e con i frati che non parlano del Paradiso – scrive in un editoriale sul sito www.avvenire.it – e se l’è presa con Avvenire e Famiglia Cristiana che vanno chiusi. Tutto questo, perché abbiamo scritto che con quel che costa lui alla Rai per una serata si potevano non chiudere le sedi giornalistiche Rai nel Sud del mondo (in Africa, in Asia, in Sud America) e farle funzionare per un anno intero. Dunque, andiamo chiusi anche noi. Buona idea: così a tutti questi poveracci, tramite il Comune competente, potrà elargire le sue prossime briciole di cachet. Davvero un bello spettacolo. Bravo. Viva Sanremo e viva la Rai».
Dopo la Chiesa, il predicatore Celentano ha parlato di politica, del Referendum, dell’Italia. In tutto questo c’è anche la partecipazione al monologo da parte di Morandi, Papaleo, la Canalis (che si permette di interpretare addirittura l’Italia), e persino una gag alquanto penosa e poco credibile di Pupo che si finge infervorato dal palco dell’Ariston per intervenire all’acceso dibattito.

Tutto scritto. Tutto su copione. Morandi fa delle affermazioni precise e in prima persona. «Sì, è vero. L’ho detto io. Ma lo hai scritto tu», dice al molleggiato dopo un commento sui referendum abrogativi della legge elettorale.
Insomma, la chiacchierata va avanti per molto tempo tra canzoni del passato e più recenti, tra pause ed effetti scenici vari. E alla fine il saluto finale con tutto il pubblico in piedi.
Per l’italiano medio sono passate le ore 23.00. Il giorno dopo, Celentano o no, dovrà andare a lavorare. E allora fa appena in tempo ad ascoltare le prime note della Canzone di Emma, “Non è l’inferno” (e ci sta bene dopo l’intervento del molleggiato”, prima di andare a letto).
E allora forse riuscirà appena a sapere che qualcosa del televoto non ha funzionato e per cui i 14 big si dovranno nuovamente esibire questa sera. Forse riusciremo ad ascoltarle davvero.

 

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