Dedicato ad una persona speciale

Domenica, giorno di ritrovo per tutti. Nelle piazze, nei bar, nei cortili, nelle chiese.
Vi si trova tanta di quella gente, che è impossibile immaginarne il numero.

Ad una nostra amica, Serena, in chiesa lo sguardo si posò su una ragazza down. Era facile evincere che avesse superato la trentina e che avesse problemi visivi, oltre ad essere molto raffreddata.
Fu la tosse di quest’ultima ad attirarle l’attenzione. Lei, al banco subito dietro, inginocchiata per la santificazione delle offerte, l’altra seduta al banco dinanzi, un po’ girata, che tossiva vigorosamente.
Pur scansandosi, per evitare i bacilli, Serena non poté fare a meno di notare che si guardavano reciprocamente, non viste, ma palesemente durante il segno di pace.
La cosa la colse anche piacevolmente, perché, nella stretta di mano di quella ragazza sentì sincerità e ammirazione e il contatto si protrasse a lungo rispetto al solito, attimi veramente preziosi.
Serena pensò: “Chissà cosa pensa di me. Se sapesse che ho titubato prima, che la osservavo, perché provavo a capire cosa avesse e come fosse la sua vita rispetto alla mia, che mi lamento spesso. Che vergogna!”.
A fine messa, però, Serena era veramente serena, si sentiva arricchita di qualcosa che nessuno le avrebbe potuto dare, se non per dono di Dio. Quella ragazza era stata il suo dono.
La giornata trascorse tranquilla, fino a quando giunse il momento di andare a dormire.
La mattina dopo, Serena si svegliò molto presto, si alzò, ma si sentiva diversa, proprio fisicamente.
Arrivata in bagno, dinanzi allo specchio, rimase sbigottita e gridò agghiacciata: non era più lei, era la ragazza che aveva visto in chiesa.
“Oh mamma mia! E com’è potuto succedere? E il mio corpo? Che fine ha fatto? Vuoi vedere che …”.
Dall’altra parte, stessa scena, con la ragazza che gridava: “Mamma, mamma! Vieni a vedere!”.
La mamma, spaventata, corse dalla figlia, ma, quando la vide, esclamò: “Che ti è successo? Non sei più tu, o meglio, sei tu, ma non tu, tu!”.
“Mamma, sono sempre io, ma diversa, è un miracolo, ma rivoglio il mio corpo, che è mio e mi piace, perché sono io”.
Dall’altra parte, invece, sgomento e sconforto da parte dei genitori: “Com’è possibile? Non è mai successo nulla del genere. Fino a ieri eri normale, e adesso? Come si fa?”.
“Come si fa cosa?” – domandò Serena.
“A farti tornare com’eri prima. Ci sarà una soluzione. Chiamo il medico” – rispose la mamma.
“Non c’è bisogno. Sarà una cosa temporanea, poi sono sempre io, ma nel corpo di un’altra, e sai? Forse, per la prima volta, li capisco davvero. Certo, non mi sento perfettamente a mio agio, ho difficoltà a vedere bene, a fare disinvoltamente le cose che facevo prima, e sono sicura che anche l’altra ragazza la pensa come me, però, prima di restituirle il suo corpo, voglio provare un’altra cosa”.
“Cioè?” – domandò la mamma.
“Voglio vedere cosa pensa la gente! Voglio sentire i commenti, voglio comprenderli appieno e conservare tutto dentro di me”.
“Tu sei pazza!”.
“Evvai!”- esclamò contenta Serena.
Dopo questa entusiasta esclamazione, Serena si infilò il piumino e uscì.
Inutile dire che, procedendo da sola, molti se ne approfittarono: chi per fare battute discutibili, chi con un fischio, chi per esercitare prepotenza. Altri, invece, no, furono gentili, cordiali, normali, altri di un finto perbenismo e altruismo.
“Pare proprio che chi ha un disagio crei disagio agli altri” – pensò a voce alta, tra sé.
“Proprio così. Anzi, sai che ti dico? Adesso eliminiamo il disagio per entrambi” – rispose un ragazzo, che passava di lì per caso e non aveva l’aria rassicurante, anzi! Al contrario.
Infatti, ad un suo cenno, uscì fuori, dalle vicinanze, un gruppo di ragazzi, che circondò Serena e iniziò a pestarla.
In suo aiuto, fortunatamente, accorse un carabiniere lì vicino, insieme ad altra gente, che riuscì a liberarla e a bloccare i teppisti.
Successe, però, una cosa strana: i delinquentelli non avevano più il loro originario aspetto. Si erano trasformati a loro volta, con orrore e spavento, in ragazzi down.
Ora erano loro a temere di essere pestati, minacciati, rifiutati, violentati, presi in giro, emarginati, sottovalutati, e si disperavano.
Paura del tutto inutile, perché, chi li aveva catturati, non aveva intenzione di far loro del male, Serena compresa, anzi! Si prodigarono per tranquillizzarli ed aiutarli.
La ragazza pensò: “Chissà! Magari parlare con la persona che mi ha così tanto colpito in chiesa, potrebbe aiutarli a vivere meglio la loro nuova condizione. Proverò a rintracciarla!” – avviandosi nuovamente per strada.
Intanto, anche l’altra si stava godendo una bella passeggiata, senza stancarsi, felice di muoversi liberamente in quel nuovo corpo, quando, finalmente, si incrociarono.
Impossibile non riconoscersi nell’altra.
Iniziarono a parlare ininterrottamente, a raccontarsi tutto quello che era successo, a condividere tante cose e, infine, Serena le espose la sua richiesta: aiutare quei ragazzi, nonostante il male che stavano cercando di farle.
L’altra, dapprima, non acconsentì, poiché certe cose la facevano star male. Poi, però, rifletté sulla situazione e cambiò idea: “Ma si!” – disse – “Aiutiamoli a capire come stiamo e chi siamo veramente: esseri umani, come tutti. Con difficoltà, certo, ma non per questo incapaci o indegni di vivere, anzi! Sappiamo più degli altri cosa vogliano dire certe cose e siamo molto bravi in alcune attività. Andiamo a dimostrarglielo!”.
Fiera di questa decisione, si alzò dalla panchina insieme a Serena e le due, guardandosi sorridenti negli occhi, si strinsero la mano prima di avviarsi.
In quel momento, tutto cambiò e si operò un altro prodigio: ognuna delle due, inspiegabilmente, riebbe il proprio corpo.
Lo stupore durò poco, perché avevano, innanzitutto, una missione da compiere: far comprendere a quei ragazzi la realtà della vita.
Passarono ore con loro a parlare, finché, entrambe, spuntato il nuovo giorno, baciate dai raggi del sole, si svegliarono, ognuna nel proprio letto.
Si, avevano sognato. Lo stesso sogno.
Lo scoprirono solo la domenica successiva, in chiesa, avvicinandosi e parlandosi.
“Sai che facciamo?” – propose la ragazza down, Michela. Finalmente Serena conosceva il suo nome.
“Cosa?”.
“Perché non mettiamo su qualcosa per aiutare le persone che si considerano <<normali>> e quelle che hanno dei problemi, di diversa natura?”.
“Perché no? È una grande idea! Proviamo a chiedere l’aiuto di qualcuno già qui?”.
“Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii”  – esclamò, entusiasta l’altra, mentre, tenendosi per mano, correvano verso la sacrestia a proporre quest’idea a tutti.
Voi che ne dite? Riuscirci sarà sogno o realtà?
Fine
Ogni riferimento a fatti, persone, situazioni, è puramente casuale

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