Il Terzo Polo, o “nuovo Polo” come dice Fini, sta facendo passare molto tempo prima di comunicare il suo candidato sindaco: lei è pronta a candidarsi?

Con il “nuovo Polo” stiamo ragionando, con Io sud abbiamo un candidato: hanno scelto me.

Se si dovesse trovare una soluzione differente, non siamo sciocchi da non abbracciarla. Comunque, ormai i tempi stanno per scadere.

Fini e la base di Fli sono favorevoli ad avere lei come candidato sindaco: il problema è Casini?

Ripeto, con la coalizione stiamo ragionando per trovare la soluzione migliore.

Il centrodestra, anche se lei all’inizio non ci credeva, a febbraio affronterà le primarie.

Sì, ma bisogna prendere il numerino per partecipare.

Si riferisce al fatto che anche Gigi Rizzo abbia tentato di scendere in campo, anche se poi è stato stoppato da Gallo?

L’uscita di Rizzo mi è sembrata assolutamente legittima, perché le primarie erano aperte e tutti coloro che erano in quell’area di maggioranza. Io ho tentato di far capire che se avessero voluto fare le primarie anche con noi, noi eravamo disponibili a farle se fossimo rientrati in quell’area di coalizione, ma noi siamo rimasti lì dove ci hanno collocati, cioè all’opposizione.  Gigi Rizzo, essendo una delle componenti dell’area di maggioranza, appartenente all’area Giovanardi, ha diritto di partecipare. Pagliaro, che ha all’interno di Apl un assessore della giunta Perrone, può partecipare, mentre chi è consigliere di una componente non può partecipare? Mi sembra che ci sia un po’ di confusione.

Sì, ma tutti sottolineano che Rizzo, nelle passate elezioni, ha preso solo 307 voti: come potrebbe fare concorrenza al sindaco uscente?  Gallo, inoltre, ha spiegato che il Pdl si era già espresso per la riconferma di Perrone e che le primarie si sarebbero fatte solo con candidati di movimenti o partiti esterni.

Si è scelta la strada delle primarie, si è fatto un regolamento e chi lo rispetta può partecipare. Questa storia mi sembra molto singolare: di democratico non ha proprio niente.

Saranno primarie “vere”?

Non credo nelle primarie del cosiddetto centrodestra: cosiddetto perché la politica di destra non l’ho vista da quando Fini è andato via dal Pdl. Noi come destra abbiamo sempre pensato che la socialità e lo spirito comunitario fossero dei valori di riferimento. Mi sembra più di destra il governo Monti di quello Berlusconi. Le primarie andranno bene quando si farà un regolamento nazionale in  cui si possano riconoscere tutti i partiti: oggi ognuno si fa le primarie come gli pare e piace. Siamo di fronte a una delle solite mistificazioni dell’idea di partecipazione democratica.

Lei le farebbe tra i tesserati?

Sì, meglio le primarie all’interno e poi, in un secondo momento, di coalizione tra tesserati, cioè tra la platea che condivide quell’idea. Se si vogliono fare primarie per agevolare la partecipazione popolare, allora devono essere regolate in maniera differente, perché può accadere che dei cittadini del Pd, Idv o Sel, dopo aver votato a sinistra, vadano a votare a destra. Le primarie, oggi, sono delle finzioni di partecipazione democratica che dovrebbero fare da supplenza a leggi elettorali più democratiche.

Ci dica la verità, perché non è andata in porto l’alleanza con il Pdl?

E’ saltata da subito perché, anche lì, c’è stato un breve incontro nel quale ci siamo sentiti dire “il nostro candidato è Tizio e, quindi, parliamo”. Significa che chiedi all’altro di aggregarsi per portarti dei voti. Siccome abbiamo già dato in passato, questa volta non potevamo starci: abbiamo contribuito notevolmente alla vittoria di Perrone cinque anni fa. E’ stato uno dei grandi sbagli della mia vita. Per fare l’alleanza si doveva prima costruire la coalizione. Quando si chiede a qualcun altro di partecipare, si azzerano le situazioni e si discute attorno a un progetto.  Prima bisognava fare la coalizione, facendo partecipare Io Sud all’amministrazione della città, e poi si potevano fare le primarie. Secondo me, tanto per dirla chiara fino in fondo, queste primarie non solo non si volevano fare con me, ma si volevano fare scegliendosi i candidati con i quali farle. Altrimenti quella ridicolaggine, perché di ridicolaggine si tratta, di dire a Gigi Rizzo “no, tu no”, non l’avrebbero fatta.

Pagliaro, però, afferma che una sua vittoria aprirebbe scenari nuovi: si potrebbe riaprire il tavolo tra centrodestra e Terzo Polo. Lei crede in una vittoria di Pagliaro?

Noi le aperture le abbiamo sempre fatte. Quando ci sono più candidati si può vincere anche di misura: non capisco questa spocchia del dire tu conti 300 voti, quell’altro non conta niente, mi sembra eccessivo. In una piccola realtà tutto può succedere.

Nelle elezioni leccesi si arriverà al ballottaggio? Perrone è convinto di vincere al primo turno.

Con la frammentazione che c’è nel Pdl non mi sembra che si possa essere sinceramente convinti di una cosa del genere.

Cosa ne pensa del congresso provinciale del Pdl: come finirà il conflitto tra fittiani e mantovaniani?

Foto Antonio CastelluzzoMantovano ha detto una cosa giustissima: quando dibattevamo io e lui, in maniera anche dura, lo facevamo con lo spirito di crescere, con sana conflittualità, qui invece c’è un arroccamento per prevalere sugli altri. E’ un partito con delle lotte di potere  che lo faranno a pezzi. Il Pdl è già un residuo dopo la frattura di Fini e si è già ridimensionato nei sondaggi: c’è stato un dimezzamento, dal 20 al 22 per cento, che avrebbe dovuto suggerire molta più umiltà. Bisognava ricostruire una compagine con molta più disponibilità. L’approccio del Pdl non è propositivo e di apertura nei riguardi degli altri. A Brindisi siamo stati chiamati per sentirci dire: questi sono i candidati, scegliete quello che vi piace di più.

Ha mai parlato con Berlusconi della situazione leccese?

A fine luglio siamo stati a cena con Berlusconi e Alfano, ma poi ci sono stati tanti problemi e non abbiamo più affrontato la questione. Berlusconi ha ormai ‘riorientato i suoi interessi’. Io gli avevo posto il problema di Lecce e gli avevo detto che se avessero voluto, avremmo messo le cose a posto. Bastava trovare un candidato diverso da me e da Perrone.

Perrone dice di aver fatto tutto il possibile per salvare Lecce dal dissesto: lei come giudica l’amministrazione Perrone?

Più approfondisco certe delibere, più vedo cose su cui bisogna concentrare l’attenzione. Il piano delle alienazioni, il sistema dell’informatizzazione, le varianti urbanistiche, il Pug, che è rimasto lì cinque anni, alcuni immobili dati in permuta con una sottovalutazione: troppi punti oscuri. Ci vuole chiarezza, anche nei rapporti che ci sono stati all’interno dell’Ato.

Dall’amministrazione Poli, però, tutti hanno preso le distanze, soprattutto sul filobus.

Hanno preso le distanze, però, poi partecipano e vincono, a proposito di informatizzazione, alcuni progetti come il ‘progetto info city’, sulle palette intelligenti legate al trasporto ecocompatibile: non è possibile che il trasporto eco-compatibile venga messo alla base di un progetto e poi venga contestato.

Ci può spiegare il “caso Buonerba”? L’inchiesta è abbastanza inquietante.

Non interferisco. Non ho mai messo piede sul Palazzo di Giustizia per parlare dei termosifoni con il procuratore, non mi è mai capitato.

Si riferisce a qualcuno che lo ha fatto?

A me non è mai capitato.

Cosa è successo in quegli anni di sua amministrazione: lei si sente di mettere la mano sul fuoco per assicurare che certe operazioni, ora nel mirino della magistratura, siano state tutte senza ombre? Crede che si siano comportati tutti bene e che non ci siano delle responsabilità, anche politiche?

Oggi la mano sul fuoco non la metto più su niente e su nessuno: lo dico con grande rammarico. Evidentemente ci sono state delle persone i cui comportamenti si chiariranno, ma devo dire in tutta sincerità di essere amareggiata, perché io do sempre il massimo della fiducia a tutti i miei collaboratori e mi aspetto che quella fiducia sia ricompensata. Se dovessi appurare che qualcuno si è servito della mia fiducia in maniera differente, non solo ne sarei ferita in termini umani, ma ne trarrei le dovute conseguenze.

Lei sta mandando avanti una battaglia a favore delle emittenti locali: sono anni che viene scippata la quota del canone da destinare al sistema radiotelevisivo locale. Lei ha proposto lo sciopero del telecomando in occasione del Festival di Sanremo. Ci spiega meglio le ragioni di questa protesta e perché cambiare quando è in onda Celentano?

Non è per Celentano, che è un ottimo artista, meglio quando canta, ma è un problema annoso quello che riguarda il canone del possesso del televisore: una legge aveva previsto la ripartizione dei fondi derivanti dal canone tra tutte le televisioni, comprese quelle locali. Oggi la Rai ospita Celentano e lo paga con i soldi pubblici, i nostri, perché l’artista ha preteso di non essere pagato con la pubblicità. Io ho combattuto per esonerare dal pagamento del canone i disoccupati e le persone meno abbienti: con le 750 mila euro che diamo a Celentano avremmo evitato di far pagare il canone a tante persone meno abbienti. La televisione pubblica usufruisce della pubblicità e dei soldi del canone, che dovrebbero essere indirizzati anche alle tv private e che invece vanno a rafforzare posizioni già forti. Le tv private sono fondamentali perché fanno crescere il territorio e le imprese locali: manca il regolamento attuativo della legge che prevede che una parte dei soldi del canone vengano indirizzati all’emittenza locale. I soldi del canone, per ora, sono andati solo alla Rai e alle grandi reti nazionali private.

Eliana Degennaro

 

 

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