La cultura del XVIII secolo di tutt’Europa è permeata ed ispirata al vasto movimento dell’Illuminismo, tant’è che il Settecento viene anche definito il “Secolo dei Lumi” perché per la prima volta in tutti i campi della cultura letteraria, scientifica e sociale si avverte prepotente l’esigenza

di sottoporre tutti gli aspetti della realtà al vaglio della Ragione, di “illuminare” il reale attraverso l’uso delle capacità razionali dell’uomo, considerate idonee a spiegare e dominare ogni aspetto della natura.
Il movimento affonda le sue radici nella forte ascesa della borghesia da cui si era originata la necessità di dimostrare l’eguaglianza di tutti gli uomini e dunque l’illegittimità di ogni discriminazione sociale e culturale. Se tutti gli aspetti della realtà possono essere appresi, spiegati ed utilizzati grazie alla ragione, e se tutti gli uomini sono esseri razionali, allora è chiaro che tutti gli uomini sono uguali.
La cultura, quindi, non deve essere patrimonio di pochi, ma deve evadere dai circoli, e dalle accademie, adoperando parole semplici, dirette per permettere a tutti gli uomini di beneficiarne e di elevarsi per sfuggire a quell’ignoranza e superstizione che da secoli rendono il popolo e la borghesia schiavi. La principale caratteristica di tutti i poeti e letterati decisamente illuministi è quindi la straordinaria sensibilità per la realtà sociale ed il potente intento di utilizzare la propria arte per insegnare ed elevare il popolo.
Queste caratteristiche si ritrovano certamente sia in Carlo Goldoni (1707 – 1793) che in Vittorio Alfieri (1749 – 1803). Il primo viene unanimemente ritenuto come il fondatore della moderna commedia letteraria italiana ed infatti, l’autore veneto è il primo ad accantonare definitivamente i tipi astratti della commedia tradizionale di stampo ancora spiccatamente latino, ed a scegliere di rappresentare sulla scena fatti di vita vera, contemporanea ed i primi accenni a questa trasformazione sono già evidenti nell’opera La vedova scaltra, in cui egli pur non rinunciando ad alcuni schemi narrativi classici attribuisce ai personaggi della vedova Rosanna e ad Arlecchino un’inedita umanità e decisa originalità psicologica.
Arlecchino, particolarmente, sia ne La vedova scaltra sia nella seguente opera Arlecchino servitore di due padroni, non si caratterizza più per una volgarità aspra e ripetitiva, ma si rinnova nei modi gentili e nelle aspirazioni personali di uomo semplice, popolare, nell’intimo buono e generoso.
Nelle opere successive Goldoni si allontana lentamente sempre più dalla tradizione per portare volentieri sulla ribalta, partendo da una prospettiva allegra, divertita e simpatica, la quotidiana realtà della piccola borghesia. Ne Il Ventaglio narra con molto brio i dispetti e le ripicche amorose, mentre ne Il Campiello le relazioni umane che animano le piccole piazze e le vie venete. La sua opera migliore e più matura, resta, però La locandiera dove il personaggio di Mirandolina, infatti, è quello meglio descritto e forse più da amato, lì dove intrisa di buon senso popolare ella  suscita ancor oggi notevole simpatia per il suo essere civettuola ed indecisa.
“Il mondo è un bel libro, ma poco serve a chi non lo sa leggere”. (Carlo Goldoni).
Vittorio Alfieri più che farsi interprete della saggezza mista alle virtù piccolo borghesi dipinge completamente nella sua opera il titanico contrasto fra la libertà, bene supremo di ognuno e la tirannia. L’istinto ribelle ed il grande anelito alla libertà dovettero giungergli dall’educazione rigida, severa, aristocratica e collegiale a cui dovette sottostare.
Tale istinto, maturato ed incanalato grazie alle giovanili letture degli autori illuministi francesi, diviene poi ideale politico e sociale ispirandogli la produzione del libello Della Tirannide, dei tre libri intitolati Del principe e delle lettere, e di tutte le sue tragedie. In queste ultime, traendo la materia da raccontare dalla Bibbia ed anche dalla storia, raffigura sempre, a volte ripetutamente lo scontro esasperato  fra l’aspirazione dell’uomo alla libertà e la tirannia.
La pessimistica conclusione che l’autore ne trae, per cui la tirannia, ed il dominio dell’uomo su altri uomini, è radicato nella storia dell’umanità continuando sempre nel tempo anche se con diversi protagonisti ed evidenzia la sfiducia dell’Alfieri negli ideali del  massimo progresso e la sua visione profondamente tragica della vita con i suoi eventi. Il razionale e storicistico fatalismo non gli vieta, però, di continuare ad esprimere eroicamente la propria ribellione, i propri “sacri furori”, guadagnandosi così un posto fra i poeti settecenteschi con una elevata sensibilità preromantica.
Una mia piccola curiosità su Vittorio Alfieri: “Volli, volli, fortissimamente volli”, lo portò a farsi tagliare la chioma fluente senza la quale un conte dabbene non avrebbe mai varcato la soglia di casa, e a farsi legare dal suo servo alla sedia con corda strettamente annodata per poter “digerire” in un tempo relativamente breve una vera e propria montagna di libri. Aveva ventisette anni, dopo averne spesi diversi male, uno studio furibondo lo condusse  a formarsi una valida cultura classica. Quando dicesi, volere è potere!
Alcune notizie del mio articolo sono state tratte dal sito www.wilkipedia.it