“Rosario voleva estirpare l’intera razza. Non solo Nino. Mi chiese di ammazzare anche la sua compagna e suo figlio”. A parlare è Carmelo Mendolia, il killer reo confesso del boss gallipolino Salvatore Padovano, alias Nino Bomba, assassinato con 4 colpi di pistola il 6 settembre 2008, davanti alla pescheria “Il paradiso del mare”, a Gallipoli.

“Non volevano correre il rischio- ha spiegato Mendolia- che qualcuno della famiglia ereditasse il potere di Salvatore, ma io mi rifiutai: non volevo toccare donna e ragazzo”.

E’ lungo e dettagliato il racconto di Mendolia. Dalla scelta dell’arma, alla valutazione del posto in cui il delitto doveva essere consumato. Il racconto di quella mattinata di inizio settembre. Nino Bomba fu chiamato ad uscire dalla pescheria con una scusa, da Giorgio Pianoforte, anche lui imputato nel processo, cognato di Padovano. I colpi esposi con la beretta calibro 9 e la fuga. Il compenso pattuito per l’omicidio erano 10mila euro, un auto per fuggire senza lasciar traccia e un aiuto per aprire un’attività commerciale nel nord Italia.

Ma l’omicidio del boss gallipolino non è stato l’unico che Rosario e i suoi avrebbero commissionato a Mendolia. Il killer avrebbe dovuto fare fuori anche un politico gallipolino, un imprenditore che lavorava nel settore della pesca e in ambito petrolifero, non meglio precisato in aula. “Sarei dovuto tornare qualche tempo dopo per concludere il lavoro ed uccidere anche il politico, ma poi le cose andarono diversamente”.

Una volta tornato nel milanese, senza aver ricevuto neppure tutto il compenso pattuito, Mendolia avrebbe iniziato a temere per se e per la sua compagna, ignara di quanto fosse accaduto. Per questo avrebbe deciso di collaborare con la giustizia.

Oltre a Rosario Padovano, figurano come imputati nel processo Giuseppe Barba; Cosimo Cavalera; Fabio Della Ducata; Massimiliano Scialpi e Giorgio Pianoforte.

Prossima udienza il primo marzo.

 

 

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