Prima i radicali, ora anche il Partito Democratico. Il caso di Porto Miggiano approda a Roma, in Parlamento, con un’interrogazione a risposta scritta presentata lo scorso giovedì 9 febbraio ai Ministri per i beni e le attività culturali, dell’ambiente e al Ministro per gli affari regionali.

Porta la firma di Ermete Realacci, deputato democratico ma anche storico presidente onorario di Legambiente.
La sua richiesta è chiara: misure urgenti di intervento. Suggerisce anche la strada: un apposito tavolo  tecnico con la Regione Puglia, al fine di tutelare dal cemento una delle zona più belle del Salento.
Nella interrogazione, che trae spunto dal tam tam mediatico dopo i discutibili lavori di consolidamento del costone, è l’intero destino destinato all’area a finire sotto accusa. Si parla di “scempio”, peggio, si parla di “sfruttamento spregiudicato”.
Porto Miggiano diviene così l’esempio più eclatante dell’indiscriminato consumo di suolo in Puglia, regione che già si piazza al quarto posto nella classifica nazionale per reati legati all’abusivismo edilizio e al quarto per quella legata all’abusivismo sul demanio pubblico.
Caso emblematico di “sfruttamento selvaggio di territorio, deturpamento, incuria e abuso edilizio- scrive Realacci- risulta essere il tentativo di costruzione, progetto peraltro incurante dei problemi di stabilità geologica della costa dell’area individuata, di un complesso turistico – residenziale, esteso su 15 ettari lungo la provinciale per Vignacastrisi. Lì si prevede la realizzazione di 536 unità abitative divise in 66 sezioni, ristoranti, negozi, piscine, strutture sportive e tutte le opere di urbanizzazione connesse, per un investimento complessivo di 40 milioni di euro. Una vasta opera di cementificazione di un lembo ancora incontaminato della costa adriatica,  a ridosso del parco regionale naturale «Otranto-Santa Maria di Leuca»”.
Insomma, il riferimento chiaro è al comparto 13, il cui iter procedurale è sì ora in stand by, ma ha ricevuto il via libera con la doppia sentenza del Tar di Lecce, a causa del ritardo con cui la Sovrintendenza ai beni culturali e paesaggistici ha espresso il proprio diniego.
Un cavillo, insomma, che però può avere conseguenze disarmanti. Realacci, prendendo spunto da quanto riportato dalle associazioni e dalla stampa locale, esplicita i rischi, vale a dire quelli legati a  “un’immensa colata di cemento, che, se non fermata, ricoprirà l’area classificata di notevole interesse pubblico e sottoposta a tutela in quanto presenta ancora intatta la sua originaria bellezza e forma, degradando repentinamente verso il mare, un altopiano roccioso a guisa di anfiteatro circoscritto da una pineta di origine artificiale, impiantata nel 1933, la quale tende sempre ad espandersi con i nuovi rimboschimenti”. Un complesso, in sostanza, “di grande valore estetico e tradizionale”.
Per questo Realacci incalza il Ministro per i Beni e le attività culturali a verificare nuovamente l’idoneità paesaggistica del progetto. Con un obiettivo netto: “Legambiente auspica che questa interrogazione costituisca il primo passo per un intervento diretto ed efficace delle istituzioni sulla questione, troppo a lungo ignorata, perlomeno per limitarne i danni. Non possiamo permettere nuove colate di cemento che devastano le coste, condannano il settore del turismo e mettono a repentaglio aree già sottoposte a rischio idrogeologico”. A dirlo Francesco Tarantini e Maurizio Manna, presidente e direttore di Legambiente Puglia.

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