“Raccontare la psicologia” non è solo esigenza divulgativa, è anche voglia di sorridere e giocare su limiti e difetti, vezzi e modalità problematiche di rapportarci con noi stessi e con gli altri.

Sei alessitimico?

Il capo ha un’ espressione dura mentre gli parla. Sta sottolineando quanto sia scarsa la sua produzione, che sta molto al di sotto della media degli altri. Dice senza mezzi termini che è costretto a licenziarlo.
Il capo  continua a parlare, e Giacomo pensa che forse dovrebbe dispiacersi, perché sa cosa significa la parola “ licenziamento”. Invece si distrae. Ora è interessato alla cravatta del capo, la trova brutta, coi toni del verde moccio e quelle sottili righe gialle che si intrecciano disegnando spirali. Licenziamento significa non lavorare, quindi non essere in grado di pagare per esempio l’affitto. Significa che deve mettersi a cercare un altro lavoro. Intanto si incuriosisce per il portapenne sulla scrivania stracolmo di matite colorate. Non sa se prova dispiacere. Come se accadesse a un’altra persona. Oppure come se capisse la gravità di ciò che ascolta ma non gli dispiacesse. Come se non ci fosse alcun collegamento tra le sue orecchie e il resto della testa, che pensa addirittura ad altro. E si chiede: adesso che esco da questa stanza cosa dico a me stesso, agli altri. Come stai, che pensi di fare, diranno. Niente, non è successo niente.

Molte persone, per fortuna la stragrande maggioranza, di fronte all’avviso di licenziamento reagiscono emotivamente in vari modi e misure, e sanno bene ciò che stanno provando: ho perso il lavoro e ho perso tutto, sono disperato.
Sopra invece è descritta una reazione per la quale un impiegato, un tal Giacomo, alle parole del capo rimane impassibile, anzi pur comprendendole non solo non prova nulla, ma si distrae. Ed è consapevole del fatto che se qualcuno gli chiedesse: ma cosa stai provando, non saprebbe cosa rispondere.
Giacomo e altre persone come lui – purtroppo ce ne sono – sono incapaci di emozionarsi, di identificare e di esprimere con le parole le proprie emozioni.
Un termine “alessitimia” (a, mancanza; lexis, parola; thymos, emozione, quindi: incapacità di esprimere con le parole le proprie emozioni) indica questo disturbo studiato ormai da alcuni decenni.
Gli alessitimici inibiscono la fantasia e sono invece capaci di osservare analiticamente la realtà e di riprodurla, descrivendola in qualche modo. Sono persone concrete, troppo concrete, con un’affettività molto limitata. Percepiscono il proprio corpo come estraneo, anche se poi proprio sul corpo scaricano le loro inibizioni; per questo soffrono di disturbi psicosomatici. Gli alessitimici possono peraltro apparire normali.

Perché ne sto parlando? Perché per alcuni studiosi è ( e lo sarà ancora di più) uno dei mali della nostra epoca. A pensare che questa è l’epoca della comunicazione! E invece proprio i massmedia potrebbero essere i responsabili. Un esempio: l’abitudine che stiamo acquisendo di inibire le emozioni alla vista di reali o fittizie immagini della televisione. Operazione che attuiamo per difenderci, ma che ci può portare all’incapacità di emozionarci e al suo correlato, l’incapacità di dire ciò che stiamo provando.

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