“allo specchio”: guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma per conoscerci osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

Il cellulare, quando è sintomo

Quando mia moglie ed io arriviamo al ristorante,non c’è nessuno perché sono le venti e trenta.Non posso non voglio non debbo, dove è scritto!?uniformarmi al costume di cenare dopo le dieci di sera.
I camerieri aspettano in piedi e intanto parlottano. Appena ci vedono, si alzano, si ricompongono, si danno da fare: due attorno a noi;uno di essi è Palite, che ha funzioni di maître e che conosciamo.  Con lui spesso chiacchieriamo.
Palite viene dallo Sri Lanka. Ha gli occhi così neri e vivi che a confronto la pelle del viso impallidisce.  Curioso e indagatore; sta conoscendo questa città e i suoi abitanti e, come tutte le persone intelligenti, ha il senso dell’humour, per questo motivo pettegola,senza cattiveria, per sottolineare il buffo di alcuni com-portamenti della gente.
A proposito dell’ora dice che ci sono tavoli prenotati per dopo le undici. Così dà inizio a una sorprendente analisi dei comportamenti dei suoi clienti.Colpisce sia l’acutezza che traspare dal suo dire sia il fatto che Palite ha piena coscienza della situazione osservativa e dei mezzi che ha a disposizione: un ristorante a tarda sera, il ruolo di maître, non ultimo il volto acceso e comunicativo e la capacità di stabilire il contatto.
Quando ci portano gli antipasti ritorna anche lui per l’argomento in sospeso.
Dice: – Arrivano, ordinano e telefonano, conversazioni di questo tipo: “Ciao Mariella. Siamo al solito posto e stiamo ordinando il pesce che è freschissimo”. Poi lasciano il cellulare sul tavolo in mezzo alle pietanze pronto all’uso. Conclude  che il cellulare serve per darsi importanza, ma noi non siamo d’accordo e quando Palite se ne va cerchiamo altri motivi.
Mia moglie dice che il bisogno di esibire il cellulare era proprio degli anni in cui è apparso, e sono d’accordo. Mentre ci accingiamo a rinfrescarci col sorbetto al limone, il tavolo vicino sta per essere occupato da una giovane coppia. Cogliamo subito il gesto di posare sul tavolo il cellulare. II gesto è plateale perché sono in piedi e lo è anche se chi lo compie ha le spalle incassate e gli occhi bassi di chi soffre di timidezza.
Lei si siede, prende il cellulare e forma un numero.
Sembra una conferma organizzata da Palite. Rileviamo che non sono tanto giovani, magari lei è un medico e deve mantenere i contatti con l’ospedale. Commenta mia moglie pronta alla ricerca del positivo.
Le nostre ipotesi sono ottimistiche.Ci accingiamo ad origliare( è lecito perché stiamo osservando i comportamenti della gente al ristorante… e dobbiamo cogliere il senso della telefonata).
– Ciao, Mario. Siamo al ristorante. E’ una serata splendida, non c’è più il vento fastidioso di prima…
Mia moglie sorride.Io sono perplesso.E pensa che ti ripensa la spiegazione la trovo. Non è un darsi importanza, non è esibizionismo; sembra innanzitutto mancanza di rispetto, almeno in questo caso. E che diavolo! Sono in due, al ristorante,  e subito uno dei due esclude l’altro. Dietro però c’è qualcosa. Credo proprio ci sial’incapacità di comunicare.In casi come questo si evidenzia l’incapacità di parlare guardandosi ne gli occhi, di lasciarsi andare al contatto, dove, se è vero che tu puoi leggere le mie reazioni, anche io leggo le tue negli occhi che sorridono o che si abbuiano, nel modo di seguire ciò che dico,distratto o interessato che sia, nei gesti  e nella mimica di empatia che mi suggeriscono la tua partecipazione o che mi invitano a smettere perché tanto non te ne frega niente. Tutto questo una persona che ha voglia di comunicare è pronta ad accettarlo, dunque correre il rischio, può andar bene, può andar male. Parlare guardandosi negli occhi è un confrontarsi. Chi non ha voglia, soprattutto chi teme il confronto, si rifugia in contatti senza volto perché sono più rassicuranti.