Irene Strazzeri, per la lista “Lecce bene comune” a sostegno della candidata del centrosinistra, Loredana Capone.  Propone modelli alternativi, a partire dall’associazionismo, per una politica di governo partecipativa e propositiva

Lei è alla prima esperienza di attività politica?

 

La mia esperienza politica finora non è stata di tipo istituzionale ma ho sempre militato in attività di volontariato e come femminista, nei luoghi di socialità come “La casa delle donne”.

Lei è candidata per la lista Lecce bene comune con Carlo Salvemini per Loredana Capone sindaco. Se fosse stato Salvemini il candidato sindaco avrebbe rappresentato appieno le ideologie di chi lo ha sostenuto nella corsa alle Primarie, lei trova raccordo anche con il pensiero politico della Capone?

Appoggio sicuramente la candidata sindaco perché credo nelle Primarie come momento partecipativo; una volta che la scelta di una leadership è sottoposta a procedura democratica, la responsabilità politica impone che si accettino le conseguenze di quella scelta, per cui l’appoggio a Loredana Capone deve essere profuso senza” se” e senza “ma”.  Tuttavia ritengo che il percorso partecipativo avviato con il laboratorio Lecce2.0dodici e che ruota attorno alla figura di Carlo Salvemini, possa rappresentare un enorme valore aggiunto, sia sotto il profilo dei contenuti del centrosinistra che sotto il profilo della qualità delle relazioni che si crea attorno a un’ipotesi di governo locale, quindi credo che senza questo valore aggiunto, la proposta politica di Loredana Capone sarebbe molto più debole.

Invece la sua proposta politica per un governo cittadino ideale quale sarebbe?

Tengo a precisare che la mia militanza nasce in ambienti di socialità delle donne e, secondo il concetto di rappresentanza,le donne non delegano a un’altra donna la propria soggettività politica, io non sono espressione delle donne nel senso che non sono stata delegata a rappresentare le proprie istanze, ma sono attraversata dalla cultura delle donne e da tutto ciò che ho imparato in quei luoghi e questo mi permette di rapportarmi in maniera completamente diversa da quella che è la visione di una politica neutra rispetto ai temi e all’agenda politica. Non porsi con neutralità significa porre le proprie istanze sempre mediandole con la differenza che si rappresenta, questo è il primo concetto di contenuto politico che esibisco e poi generalmente credo che a Lecce manchi un’attività di governo locale fondata su una solida impalcatura culturale. Questa amministrazione di destra ha avuto degli scivoloni evidenti sui temi dell’omofobia dei diritti civili e stamattina, leggevo questo appello fatto da Perrone, in un manifesto di propaganda ironica, alle casalinghe leccesi e alle comuniste che trovo dimostri come ci sia un divorzio della politica dalla cultura. Decodificando questo messaggio dentro ci vedo un sessismo, ci vedo parametri di bellezza che nulla hanno a che fare con la qualità dell’azione politica, ci vedo una ironia che vorrebbe legittimare un messaggio che non è degno di una rappresentanza istituzionale e che è veramente offensivo.

Sulla base di quanto detto finora, come si rapporta con il concetto di quote rosa in politica?

La rappresentanza paritaria nelle istituzioni è il minimo, dovrebbe essere presupposta per poter parlare di democrazia; non mi sentirei emancipata da una normativa, perché la libertà femminile si conquista facendo un percorso proprio accanto ad altre donne e mediando con esse le proprie battaglie e non contro il potere, i partiti, le istituzioni.

Il suo claim per la campagna elettorale è Sapere, Saper Fare, Far Sapere, cosa intende e qual è l’obiettivo?

Sono tre parole chiave, che danno centralità a questo nesso tra cultura e politica. Viviamo il post- berlusconismo che, a mio avviso, è stato il decadimento morale e culturale di un Paese attualmente immerso nell’emergenza e nella tecnica, a giustificare il fallimento politico degli ultimi decenni, ma l’emergenza e la tecnica non sono neutri, quindi sapere, saper fare e far sapere vuole essere un modo per ricordare che qualunque rivendicazione, dai servizi sociali, alle pari opportunità a qualsiasi forma di diritto siano rappresentati dalla cultura e dall’aggregazione sociale per una proposta valida di cambiamento.

La sua idea di città ideale?

Ho vissuto più di dieci anni all’estero, al rientro mi sono accorta che Lecce ha delle grandi potenzialità ma una difficoltà nell’interazione tra battaglie culturali molto importanti, portate avanti da tutte le associazioni che agiscono di contrasto con ogni forma di violenza in genere, e l’azione politica.  Manca il giusto raccordo tra le due parti. Da un lato abbiamo un enorme patrimonio che sta tutto nell’associazionismo e nelle forme di aggregazione spontanea, dall’altro abbiamo i modelli istituzionali poco inclini a supportarli. E poi mi piacerebbe che in questa città si ragionasse per alternative. Per esempio, se si vuole programmare un Piano Urbanistico o un Piano Trasporti, si dovrebbero presentare delle alternative rinforzando i modelli partecipativi di governo, invece molto spesso non sono state presentate alternative ma scelte già compiute che non erano rispondenti alle esigenze del territorio o della cittadinanza.

Lei è membro della Casa delle Donne, cos’è e di cosa si occupa?

La Casa delle Donne è un luogo di aggregazione politica, espressione dei risultati delle rivolte negli anni Settanta; ci sono sedi in molte città italiane tra cui Lecce. Si producono iniziative ma anche riflessioni che mettono insieme le donne e la costruzione di un pensiero comune , io la ritengo un posto di produzione di senso.

Appello al voto?

Non è più possibile pensare alla politica come a una delega in bianco, in quest’ottica io non mi assumerei l’onere di produrre un cambiamento, ma mi inserirei nelle istituzioni e chiederei consenso perché vorrei che questa candidatura fosse un richiamo alla responsabilità di ognuno. Votare me è come decidere di assumersi responsabilmente, a partire da sé, il cambiamento.

 

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