Trent’anni. Si è concluso così il processo in abbreviato per Giampiero Mele. Il gup Carlo Cazzella non ha dubbi: “l’imputato era cosciente quando sgozzò e assassinò il suo figlioletto di soli 2 anni”. Dopo oltre un anno e mezzo da quell’efferato omicidio arriva la condanna del 26enne originario di Taurisano.

Il piccolo Stefano fu barbaramente assassinato dal padre il 30 giugno del 2010. A nulla sono serviti i tentativi dei suoi difensori Angelo Pallara e Gabriella Mastrolia, tesi a dimostrare che il giovane non fosse capace di intendere e di volere quando acquistò corda e taglierino; poi nell’abitazione dei nonni, a Torre San Giovanni cercò di impiccare il figlio e gli tagliò la gola. Dopo l’arresto, il padre del bambino cercò di togliersi la vita, fu dichiarato incompatibile con il regime carcerario e ricoverato in una clinica psichiatrica vicino a Bari, dove si trova tutt’ora. La tesi difensiva era supportata dalla consulenza di parte, redatta dal dottor Serafino De Giorgi, secondo cui Mele era incapace di intendere e di volere al momento dell’infanticidio. Tesi, però smentita dai due periti nominati dal Tribunale, lo psichiatra Domenico Suma e il professor Antonello Bellomo. Ad accusare Mele di omicidio volontario con le aggravanti di aver agito con crudeltà, premeditazione e nei confronti di un essere indifeso per età e ad invocarne la condanna, è stato il sostituto procuratore Guglielmo Cataldi. La madre e i nonni del piccolo Stefano Si erano costituiti parte civile con gli avvocati Alessandro Stomeo e Salvatore Centonze.

 

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