… «e ho capito che Dio mi aveva dato / il potere di far tornare indietro il mondo / rimbalzando nella curva insieme a me / mi ha detto “chiudi gli occhi e riposa” / e io ho chiuso gli occhi».

Sono versi della canzone di Lucio Dalla “Ayrton”, il tributo cortese al grande pilota Senna, contenuto nel suo album Canzoni, del 1996. Ma “Ayrton” non era solo questo: era un rimprovero alla vita, agli errori dell’uomo, al pressappochismo dei mediocri. Un urlo silenzioso non contro un destino ineluttabile, bensì verso la difficoltà per il genio di comprendere che quando le strade a disposizione sono troppe, il pericolo di sbagliare una curva è dato a 0,5.
È passata una settimana dalla morte di Lucio Dalla: artista eclettico, pluristrumentista; nei suoi 50 anni di carriera è passato dal jazz, al melodico, al pop con un estro che sembrava, davvero, non avere soluzione di continuità. Il bolognese che amava la nostra terra, che aveva trovato nelle Isole Tremiti il suo rifugio e che non era difficile, di tanto in tanto, scorgere anche nella nostra Lecce.
Cosa rimane, ad oggi, dopo appena una settimana dalla perdita, dopo nemmeno una settimana dai suoi funerali lì, nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno, in quella Piazza Maggiore gremita di gente, giunta a salutare per l’ultima volta il suo “Caruso”?
«Ma Lucio Dalla, era gay o no?»
Risolto l’arcano del testamento (Dio ce ne scampi e liberi se si fosse venuti a sapere di capitali nascosti in banche svizzere!), le Valchirie della Stampa italiana, la stessa che fino a pochi giorni fa gioiva per l’estensione della Imu (Ici per i nostalgici) sugli immobili della Chiesa Cattolica, sono partite alla carica, chiedendosi: «Ma se era gay, perché la cerimonia funebre è stata celebrata in Chiesa?».  Questione annosa, non c’è che dire.
Davvero, però, non posso esimermi dal citare lo splendido tributo giornalistico di Andrea Rognoni, dai microfoni di Radio Padania: Dalla sarebbe stato un “italiota”, un “mistificatore”, un “prestidigitatore”; colui che si sarebbe lanciato in una strenua difesa dei dialetti, in una sorta di delirio centralizzatore; lui che, ancora (ci si chiede chi, in effetti, sia in preda a delirio), rappresentava «quella Bologna che accoglie e raccoglie tutti».
Dal basso della mia esperienza, non mi sento di commentare oltre cotanto pregio (o spregio?) giornalistico. Permettetemi ,ancora una volta, di far parlare l’artista.
«Lo sai che più s’invecchia, più affiorano ricordi lontanissimi / come se fosse ieri, mi vedo a volte in braccia a mio padre. / I pranzi le domeniche dai nonni, le voglie e le esplosioni irrazionali, / i primi passi, gioie e dispiaceri. / La prima goccia bianca che spavento e che piacere strano / e un innamoramento senza senso per legge naturale a quell’età./ I primi accordi su di un organo da chiesa in sacrestia / ed un dogmatico rispetto per le istituzioni.
Che cosa resterà di me, del transito terrestre, / di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita».

Federica Nastasia

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