Vignetta Massimo DonateoUno dei punti di forza della nostra bella Italia è sicuramente il turismo: grazie al suo patrimonio storico-artistico e paesaggistico, alle sue bellezze metropolitane, ai suoi inestimabili tesori naturalistici, la Penisola è da sempre considerata  un museo

a cielo aperto, testimonianza del suo passato glorioso di potenza bellica ma anche di culla della cristianità e della cultura latina. E anche in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo, seppur tra alti e bassi, sono proprio i flussi turistici a costituire un indispensabile fonte di entrate per un’economia sempre più spesso in bilico. Forse proprio tale consapevolezza ha portato alla ribalta un settore fino a pochi anni fa mai veramente valorizzato, quello enogastronomico, in forte crescita sia a livello quantitativo che qualitativo, nazionale ed internazionale. Non a caso la stampa turistica e culturale gli dedica sempre maggiore attenzione anche perché vanta un notevole incremento di iniziative: soprattutto nella stagione estiva gli “Itinerari dei vini e dei sapori”, gli “Itinerari del gusto”, “Le vie del vino”, … sono all’ordine del giorno. La cucina e l’arte culinaria in genere diventano protagoniste indiscusse delle numerosissime sagre paesane che allietano le serate salentine e non solo. Tutto questo a supporto di una convinzione ormai radicata nelle menti dei più: i prodotti tipici valorizzano l’immagine e qualificano l’intero territorio. Insomma, il buon cibo e la buona tavola non conoscono cedimenti e diventano una costante di crescita e sviluppo. Molti di noi, forse, ignorano il fatto che sono in via di sempre maggiore diffusione i Musei del Cibo: sì, proprio così. Si tratta di strutture che hanno un obiettivo preciso: oltre a valorizzare i singoli prodotti “raccontati”, l’economia e la cultura locale, favoriranno la costruzione di un nuovo prodotto turistico, sviluppando luoghi di attrazione che si integrano e sviluppano con quelli classici già esistenti sul territorio. Si tratta di una qualifica davvero importante per le nostre terre: i musei del cibo si sono dimostrati finora una carta vincente, anche dal punto di vista dell’occupazione giovanile nel settore alimentare. Essi, non a caso, si avvalgono di risorse economiche, organizzative e umane da individuarsi di comune intesa con enti,  associazioni e gruppi di volontariato, ottimizzando così un ruolo di promozione e coordinamento proprio delle amministrazioni locali.

Ogni museo allestisce spazi espositivi dedicati alla storia del prodotto, alle tecniche di produzione, alla commercializzazione, alla rievocazione delle vecchie tradizioni con la messa in posa di oggetti antichi: turisti e visitatori vengono letteralmente catturati da un’atmosfera magica che coinvolge non solo la vista ma l’intera persona. Già, questi musei non si riducono a una esposizione di cose e oggetti fine a sé stessa ma raccontano storie, trasmettono emozioni oltre, ed è questa la loro vera forza, a consentire la degustazione e l’acquisto del prodotto.
Allo stato attuale è l’Emilia Romagna a vantare il maggior numero di queste strutture: si tratta di una vera e propria rete museale che comprende il Museo del Parmigiano Reggiano di Soragna, il Museo del Pomodoro di Collecchio, il Museo del Prosciutto di Parma di Langhirano e il Museo del Salame di Felino dell’omonimo borgo. Essi hanno fatto di Parma la “Capitale dei Buongustai” e la “Food Valley” d’Italia.
L’auspicio è che possano trovare diffusione sull’intero territorio nazionale e, naturalmente, in Puglia, in modo tale che anche la nostra regione possa trovare un ulteriore canale di promozione di un patrimonio culinario di tutto rispetto.

Maura Corrado

 

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