Fino a che punto è giusto considerare un figlio non autonomo e quindi in diritto di ricevere un assegno di mantenimento anche se l’età dell’incertezza economica è stata di gran lunga superata?

E’ quello che un padre, stanco di dover corrispondere mensilmente al proprio figlio trentenne la somma di 400 euro, ha chiesto in Cassazione,  ottenendo la disponibilità della stessa a disporre i dovuti accertamenti sul caso in questione. Bisogna infatti specificare che il “bamboccione”, per utilizzare un termine giornalistico molto usato in un periodo in cui il lavoro è diventato un lusso che in pochi possono e a volte vogliono permettersi, ha conseguito una minilaurea e lavora già dal 2005 presso uno stabilimento Fiat con stipendio di circa 1500 euro al mese, ma dovendo ancora conseguire la specializzazione è tutt’ora iscritto all’università e quindi si ritiene non autonomo economicamente.
La Suprema Corte ha stabilito con la sentenza 4555, che la circostanza che vede il ragazzo non ancora indipendente a causa della prosecuzione dei suoi studi, ma in primo e secondo grado giudicato idoneo a percepire ancora l’assegno del padre Roberto R., non è congiuntura esaustiva affinché il medesimo continui nell’onere suddetto.
La Cassazione ha dunque stabilito che la Corte di Appello di Lecce metta da parte la tesi per cui il proseguimento degli studi ammetta sempre e comunque l’obbligo del mantenimento, e che accerti preferibilmente se lo studente-lavoratore, Davide R., sia autosufficiente dal punto di vista economico tenendo conto del percorso di studi, delle aspirazioni professionali e della retribuzione percepita dallo stesso, in riferimento anche alle condizioni finanziarie della famiglia.
Il non aver ancora terminato gli studi per i quali si aspirava  e non aver di conseguenza ancora raggiunto  una collocazione sociale adeguata aveva messo il Sig. Davide nella posizione privilegiata di fronte ai giudici di merito, ma come ricorda la Cassazione: “L’obbligo di versare il contributo per i figli maggiorenni cessa quando il genitore obbligato provi che essi abbiano raggiunto l’indipendenza, percependo un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali condizioni di mercato, o se provi che i figli si sottraggono volontariamente allo svolgimento di un lavoro adeguato”.
La Corte di Appello dovrà anche rivedere il diritto della ex moglie del Sig. Roberto di rimanere nella casa coniugale, legalmente aggiudicatale in seguito alla separazione e in virtù del fatto che il figlio, nonostante allontanatosi da casa per vivere a Torino, manteneva la residenza nell’abitazione di famiglia e faceva regolarmente visita alla madre a Lecce. In tal senso la Suprema Corte ha stabilito che questo diritto non ha ragione di essere esercitato in quanto non è sufficiente il presupposto della visita saltuaria per mantenere la casa.
Pamela Villani