Vent’anni fa le stragi di via Capaci e via D’Amelio cercavano di mettere a tacere i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Invano. Perché il tritolo non può cancellare la memoria dei vivi.

Nel ricordo, la parola, l’esempio, l’ideale di legalità e l’impegno rinascono a nuova vita, come dimostrano quei ragazzini delle scuole che oggi sfilavano per le vie di Lecce sventolando la bandiera del coraggio. “Chi ha paura muore ogni giorno”, diceva Borsellino e quanti non hanno avuto paura di mettersi di traverso alla mafia, prima e dopo di lui.

Talmente tanti che non si riesce a contarli, ma a tutti i cittadini, gli esponenti delle forze dell’ordine, i magistrati, i giornalisti, i sindacalisti morti per aver creduto nella legalità, è dedicata la XVII Giornata della memoria e dell’impegno e relativa manifestazione organizzata dall’associazione “Libera”. Tantissime le adesioni, dalle associazioni alle istituzioni fino alle persone comuni che si sono date appuntamento questa mattina, presso Porta Napoli, in marcia verso il Tribunale di Lecce fino a piazza Sant’Oronzo e poi nell’atrio di Palazzo dei Celestini, per la “tradizionale” lettura dei nomi delle vittime. 

“La primavera tarda ad arrivare nella nostra città e nel Sud d’Italia, così come il ricordo viene troppo spesso relegato alle occasioni ufficiali. – commenta Don Raffaele Bruno di Libera – E’ necessario riconoscere la portata di un problema che riguarda tutti, nessuno escluso. Solo la memoria può donare nuova speranza e sollecitare l’impegno nell’educazione delle nuove generazioni”.

In prima fila nel corteo anche Cgil che ha voluto intestare la tessera sindacale alla campagna per la legalità. “L’obiettivo è di arrivare a modificare il codice antimafia per garantire strumenti efficaci nell’affermazione del contrasto agli interessi mafiosi e al sistema economico illegale. – spiega Antonella Cazzato, segretaria confederale – La criminalità organizzata penetra nel tessuto sociale in forme più aggressive laddove l’economia è debole, come è avvenuto nel Mezzogiorno d’Italia”.

La mafia è stata definita la prima azienda italiana, in grado di fatturare cifre da capogiro. Attraverso l’usura, la gestione dei traffici illeciti, la grande liquidità di soldi immediatamente spendibile è in grado di “sostituirsi alle aziende costrette a vendere per via della crisi”, aggiunge Antonella. Con un doppio danno, perché l’economia sommersa taglia risorse pubbliche, mette in circolo denaro sporco e crea concorrenza sleale. Se le mafie si nutrono di povertà e disperazione, il ricordo risveglia quella voglia di riscatto e dignità che ogni sistema criminale cerca di annullare.