Quando si parla di Rudiae, in pochi sanno con cosa veramente si ha a che fare. Proprio in linea d’aria rispetto a quella porta che tutti conoscono e che non a caso ha nome Rudiae, andando giusto un po’ più in là di pochi chilometri, c’è un tesoro nascosto che merita di essere riportato alla luce e che finora ha consegnato solo la punta di un iceberg da far invidia a tanti siti archeologici d’Italia.

Ieri l’Università del Salento ha presentato alla cittadinanza quello che finora è stato scoperto, mostrando numerose foto e diapositive nel gremito Open Space di Palazzo Carafa.
C’erano i professori Marcello Guaitoli, docente di Topografia dell’Italia antica, Pasquale Rosafio, epigrafista e docente di Storia romana e Francesco D’Andria, Direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia, che hanno raccontato di quel “poco” che svelerebbe un “tanto” ancora da vedere.
In quel posto spesso dimenticato dai leccesi infatti, c’è un cantiere che da qualche anno sta portando alla luce i fasti di un’antica città messapica nata e prosperata ancora prima di Lecce, ritenuto un centro minore e forse anche figlio di quella colonia dispersa tra gli ulivi secolari.

Sono più di 500 anni che illustri personaggi ricordano ai cittadini e alle istituzioni che Rudiae è là nascosta; lo stesso Sigismondo Castromediano nell’8oo dopo aver fatto notare in che condizioni era ridotto un pezzo importantissimo di storia, distrutto dai contadini proprietari dei terreni sotto cui sorgeva l’insediamento, iniziò a scavare, portando alla luce quello che poi diventò il nucleo originario del museo Provinciale di Lecce: vasi di importazione greca che confermarono la presenza dell’antica colonia in quel posto.

Il lavoro sempre difficoltoso di tanti altri studiosi, riuscì a dare un’idea della pianta della città, rendendo sempre più plausibile l’ipotesi che Rudiae fosse un importantissimo insediamento. Le successive scoperte diedero conferma. Rudiae sorgeva su un’area di 100 ettari ed era circondata da una cinta muraria a doppia cortina di blocchi squadrati, alcuni dei quali sono ancora visibili. Molti altri sono stati asportati nel tempo, tanto che di quelle mura in più punti rimangono solo le basi. Al suo interno, l’importanza dell’insediamento era data dai tanti resti di costruzioni, edifici sacri, tombe ipogee e grandi strade basolate che si possono ancora ammirare.

Ma soprattutto Rudiae aveva un anfiteatro. E non uno qualsiasi ma un “unicum, un anfiteatro locale, fatto di pietra leccese e materiali del posto”, come è stato spiegato. Questo anfiteatro, di cui si può vedere dall’altro il perimetro , è stato realizzato molto tempo prima rispetto a quello leccese; lo dimostra la struttura, infatti: l’anfiteatro in piazza S. Oronzo ha una pianta vuota, perché nasce posato su delle volte. Quello di Rudiae invece, è a forma piena, cioè è creato scavando nel terreno, come quello di Pompei. Questo genere di anfiteatri è tipico dell’età imperiale, che precede quella repubblicana.
La scuola di archeologia ha lavorato negli ultimi due mesi proprio intorno alla struttura, scoprendone una parte dell’ingresso principale ma ancora molto è da fare.

“Queste presentazioni servono a far capire l’importanza di doversi muovere per continuare lo studio dell’antica Rudiae. Anche se non si va ad investire con grandi somme, bisogna comunque continuare con la ricerca sul territorio.” Sono le parole del professore Rosafio, dopo aver mostrato il proprio lavoro e le scoperte del suo team sulla cinta muraria della città.

In realtà fino ad ora è stato possibile lavorare grazie al progetto PRUSST e ai finanziamenti europei, che hanno permesso al Comune di acquistare la zona dell’anfiteatro, unendola a quello già di proprietà dove sono avvenute le prime scoperte, conosciuto come Fondo Acchiatura.
Il problema è che il lavoro è ancora enorme. Ad esempio il solo anfiteatro è sotterrato da 4 metri di terra e di resti del tempo, accumulati da quando la struttura smise di essere utilizzata per gli spettacoli dei gladiatori e divenne una discarica per i cittadini che vi abbandonavano di tutto.

“Il nostro desiderio è di trasferire le nostre conoscenze alla cittadinanza”, ha spiegato il professore Andrioli, “perché ci sia una presa di conoscenza di quanto ancora ha da offrire l’antica colonia. E’ per questo che organizziamo ogni anno la Giornata di Rudiae, organizziamo visite guidate ed manifestazioni a tema come la battaglia tra i gladiatori realizzata lo scorso anno.”

Se davvero venissero portati in luce tutti i resti dell’insediamento, Lecce godrebbe di un sito archeologico di tutto rispetto, oltre al fatto di avere ben due anfiteatri a pochissima distanza, onore di cui al momento gode soltanto la città di Roma. Resta solo un problema: chi può investire? Da qualche tempo le istituzioni hanno compreso l’effettivo valore della colonia ma i tempi di crisi non hanno fino ad ora concesso aiuti. Nonostante le numerose iniziative, gli incontri ufficiali e il lavoro costante del dipartimento di Archeologia, di nuovi investimenti non se ne sono visti. Lo status quo non cambia ma forse la presa di coscienza, potrebbe lasciare uno spiraglio di speranza. Come si suol dire, ai posteri l’ardua sentenza!

 

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