“Non ho ammazzato Nenè Greco, ma Rosario Padovano mi contattò e mi chiese di addossarmi la responsabilità del delitto”. A dirlo nel corso del processo che si sta svolgendo nell’aula bunker del carcere di Borgo san Nicola è stato Marco Barba, accusato dell’omicidio, che risale all’agosto del 1990.

Un delitto consumato nell’ambito della gestione del traffico di stupefacenti a Gallipoli. Greco avrebbe spacciato ingenti quantitativi di droga sul territorio di Gallipoli da “cane sciolto”, senza rendere conto della sua attività all’organizzazione. Per questo Rosario Padovano e un suo parente, attualmente non imputato nel processo, ne avrebbero ordinato l’eliminazione- ha spiegato Barba in aula.

L’imputato ha raccontato di essere stato contattato da Massimiliano Scialpi e da un altro soggetto, vicino al clan, ma rimasto fuori da questo processo. Entrambi gli avrebbero chiesto di accompagnare nei pressi dell’abitazione di Greco Carmelo Mendolia, il killer reo confesso di Nino Bomba e dello stesso Greco.

Una volta giunti sul posto Mendolia gli avrebbe chiesto a Barba di andar via e non voltarsi neppure se avesse sentito esplodere colpi di pistola. E così avrebbe fatto Barba, che in aula ha detto: “Ero all’oscuro dei loro intenti, pensavo volessero solo dargli una lezione. Infami- ha aggiunto- se avessi saputo non l’avrei mai accompagnato Mendolia sul posto con la mia moto”.

Una volta in carcere però, a Voghera, Marco Barba avrebbe ricevuto una lettera del fratello Giuseppe. All’interno ci sarebbe stato un messaggio di Rosario Padovano: “Accollati tu l’omicidio Greco- gli avrebbe chiesto- che con il riconoscimento della continuazione dei reati (Barba è accusato di altri delitti) riesci a cavartela con pochi anni. Lettera che però sarebbe stata subito strappata e gettata via da Barba.

La prossima udienza si terrà il 4 ottobre.

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