Leggere è un’arte che s’impara, ma rendere la lettura un’arte è un talento innato, come fotografare il “leggere”! Non c’è niente di più letterario e romanzesco dell’immagine di qualcuno che legge attentamente, uno spettacolo in cui bisogna saper catturare l’attimo

ed il luogo, incuriosendo lo spettatore:  ma alla fine, cosa sta pensando e cosa penserà il lettore dopo aver riposto gelosamente il libro in un angolo della sua libreria?
Le qualità fondamentali richieste ad un ottimo scrittore sono quelle di esprimere il proprio pensiero in modo conciso e chiaro perché sia letto e capito dai vari lettori, oltre ad un modo pittoresco per essere ricordato e particolarmente, deve possedere uno stile preciso ed inconfondibile affinché sia come un faro nella notte che illumina con la sua luce ed indica la giusta rotta  a quanti quotidianamente navigano nel mare magnum procelloso delle parole!
Sì, scrivere è un modo per analizzarsi profondamente e sovente per ordinare i propri pensieri e progetti consentendoci di esaminare le cose a debita distanza e con serenità. Ci accompagna fedelmente, nel cammino della nostra esistenza, scevro dal rumore e dalla confusione del pensiero convulso, ma scrivere è anche e soprattutto riscrivere, eliminare accuratamente polvere e ruggine fino ad ottenere un meccanismo ben oliato e scorrevole. Insomma, scrivere di sé è addirittura, qualche volta, come concedersi una seconda chiave di lettura della propria vita!
Il  volumetto di Mauro Ragosta, un giovane e versatile scrittore salentino, è un vero e proprio scrigno dall’accattivante ed essenziale copertina, finemente rilegato e racchiuso in 72 pagine, la cui prefazione è a cura di Barbara Del Piano. E’ caratterizzato da un’alchimia di frammenti di vita vissuta e creatività perfettamente amalgamati, essendo scritti in maniera semplice, fresca e suddivisi in ben cinque sezioni: Ghost writer, Galleria, Il Rigattiere (parte seconda), Titoli (i libri che scriverò nei prossimi dieci anni), Amici miei…
E’ gradevole leggere Mauro, scrittore prolifico, attento ed osservatore sensibile, a cui sono legata da una storica amicizia, perché si nutre lo spirito di sentimenti positivi, evadendo dalla realtà  troppo spesso arida e frenetica, lì dove tramite una pausa di riflessione dal quotidiano e dissennato ritmo del solito vissuto, si è protagonisti e non semplici spettatori di un particolare inno alla leggerezza dell’essere, frutto del suo profondo sentire attraverso gli abissi della sua anima! 
Leggendo attentamente il suo libro, mi sorge spontanea una domanda: chi non conosce gli effetti del dono di un sorriso inaspettato, da anni racchiuso nella penna dei poeti e degli scrittori, nei ricordi della gente? Esso è il veicolo di sensazioni che nessuna parola riuscirebbe mai a tradurre!
In un’amena giornata di primavera inoltrata, sorseggiando un nero bollente, ho incontrato il poliedrico scrittore, che è stato ben lieto di rispondere ad alcune mie domande:
Mauro, com’è nata in lei la passione per la scrittura?
“E’ una passione che coltivo sin da quando andavo all’università, quando scrissi la mia prima operetta, una storia d’amore. E’ difficile dire quando nascono certe passioni. Io credo che siano un tutt’uno con l’essere e pertanto credo che abbiano natura originaria e nascano con noi. Insomma credo che si nasca scrittori”.
Quali sono attualmente le forme della scrittura che la incuriosiscono e reputa interessanti?
“Attualmente ho molte esigenze espressive per le quali occorrono registri diversi. In questo periodo, tuttavia, utilizzo il linguaggio narrativo. Oggi, mi preme più che mai argomentare attorno alle cose e alle situazioni, alle atmosfere e ai profumi, intermezzando con delle progressioni intellettuali. Dopo un anno e mezzo di vita pubblica ho bisogno di ri-generare il linguaggio e certi pensieri, alcune idee, che oramai si presentano vecchie e logore”.

Mi parli del suo stile particolare di scrivere i suoi racconti e di coloro a cui il suo libro è dedicato.
“Che dire del mio stile? Lo stile è frutto di un’elaborazione che si compie in generazioni di esperienze importanti e significative. Lo stile di uno scrittore, dunque, è il frutto della storia personale e di quella del contesto sociale e familiare in cui è inserito. Probabilmente il mio è uno stile tipicamente leccese, dal momento che la mia famiglia, quella di parte materna soprattutto, risiede a Lecce almeno da duecento anni.
In merito al secondo punto del suo quesito, mi preme dire che, dopo un processo espansivo, vi è sempre una regressione per un’espansione ancora più ampia e luminosa. Outlet è il libro della regressione, che condivido con i miei fan più appassionati, con i quali, su molti piani, abbiamo un’identità di vedute, sul mondo e sulla vita. E’ il libro dell’intimità. Non a caso la tiratura è limitatissima”.

Qual è il suo messaggio nei loro confronti?
“Non c’è nessun messaggio in particolare. E’ un momento per favorire la chiacchiera tra di noi”.

C’è un racconto a cui è particolarmente affezionato?
“Nello specifico, no. Sono come i tasti di un pianoforte. Tutti diversi e ciascuno con i suoi pregi e i suoi lati anti-patici”.

Che cosa significa oggi essere uno scrittore?
“Domanda difficile. Oggi tutti scrivono. Ma quando si può parlare di scrittore? Probabilmente, quando un soggetto ha vari registri espressivi e capacità intellettuali molto versatili”.
Progetti per il futuro?
“Attualmente, sono impegnato nella redazione della storia della mia famiglia, che conto di pubblicare, solo per i parenti naturalmente, in settembre. Poi si vedrà. Probabilmente, terrò un corso di scrittura creativa e mi adopererò per un romanzo d’amore”.
Nel ringraziarla vivamente per l’intervista concessami, le auguro buon lavoro,  citandole una frase di un libro che mi ha particolarmente colpita per la sua veridicità: “ Un racconto, mi aveva detto un giorno Julian, è la lettura che un autore scrive a se stesso per mettere a nudo la propria anima”. (Carlos Ruiz Zafòn, L’ombra del vento).

 

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