Mentre a Lecce è partito il totogiunta, in provincia si fa il punto sui risultati ai ballottaggi. I grandi poli di centrodestra e centrosinistra, alla conta sui successi e le sconfitte, ignorano il sentimento di antipolitica che ha caratterizzato le ultime amministrative, rimarcato dall’affluenza al minimo storico per i successivi ballottaggi

A Lecce è cominciata la contesa delle poltrone che contano all’interno del Consiglio comunale mentre, da qualche giorno, anche i cinque più grandi comuni della provincia hanno il loro sindaco: tre governi sono andati al centrosinistra e due al centrodestra. Giusto un contentino per il centrosinistra provinciale che all’indomani delle amministrative ha registrato una sonora sconfitta, tra l’altro in controtendenza con il resto d’Italia. In realtà alla perdita generale di consensi per il centrodestra non è corrisposto un  aumento per il centrosinistra,come molti esponenti del Pd a cominciare dal segretario nazionale hanno voluto far credere. Si è piuttosto trattato di una dispersione dei voti, “traghettati” verso piccoli movimenti e liste civiche. Queste ultime, già sperimentate in passato e ancora di salvezza per le amministrative, hanno rappresentato il termometro politico, il dato che i partiti tradizionali tengono ben nascosto ad appannaggio della loro sopravvivenza. Ai maggiori partiti nazionali, Pd, Pdl, UdC, è stata attribuita la disaffezione generale degli elettori. Il dato nazionale di affluenza ha fatto il resto. Al primo turno si è recato alle urne il 66.88 per cento degli aventi diritto, mentre per il ballottaggio ci si è fermati al 51.38. Certo i risultati dei ballottaggi hanno accreditato un netto vantaggio al centrosinistra, ma si tratta del dato misurato su poco più del 50 per cento dei votanti e non può rappresentare un sentimento comune.

Il dato nazionale per il centrodestra,invece, contaminato dalle vicende dei leader da Berlusconi a Bossi, si ferma intorno al 28 per cento per i ballottaggi, poco più per il primo turno e non ha influenzato i risultati di Lecce che rielegge l’uscente Paolo Perrone, risultato anche il sindaco più suffragato d’Italia con oltre il 64 per cento di preferenze.

Nel Salento, il Pd, maggiore partito del centrosinistra, smaltisce la sconfitta di Lecce con la vittoria su più comuni con meno di 15mila abitanti e su tre dei cinque al ballottaggio: Galatina, Gallipoli e Tricase, sia pur presentandosi alle urne con le coalizioni che hanno rafforzato le strutture esili dei partiti tradizionali. Perché il dato vero emerso dalle amministrative, oltre alla risicata affluenza, è proprio la realtà destrutturata delle forze politiche che hanno guidato il Paese dalla nascita della prima Repubblica ad oggi. Ovvio che per i leader nazionali, in questa prospettiva non si può pensare alle elezioni anticipate, ipotizzate per ottobre 2012, per il cambio di guardia al governo tecnico che per molti riveste un potere incostituzionale.

A preoccupare non poco gli scenari tradizionali della politica italiana è quel 12,2 per cento passato nelle mani del Movimento 5 Stelle di Peppe Grillo, lo stesso che a Lecce ha fatto oltre il 4 per cento, mancando di poche decine di voti il risultato dell’UdC che porta in consiglio il candidato sindaco Luigi Melica. Nato come semplice movimento, per certi versi rivoltoso, il M5S è ormai una realtà della politica italiana, consolidatasi con la vittoria a Parma negli ultimi ballottaggi dove è riuscito a strappare la città ai 14 anni di centrodestra e alla lotta serrata del centrosinistra che sperava di governarla. Ai risultati che fanno tremare i capi saldi dei partiti tradizionali arrivano le prime dichiarazioni di ristrutturazioni e rinnovamenti. Silvio Berlusconi, nella consapevolezza che il Pdl partito da lui stesso fondato, sta scomparendo nelle sue ceneri, dichiara sulle maggiori testate nazionali di fondare un altro partito per il quale si metterà alla guida. Come non detto quanto sopra. Nonostante il dato degli elettori al voto lanci un monito di disaffezione e indifferenza nei confronti di una politica inerme e che non dà risposte concrete, i fautori di tale politica cambiano nome e restano ai loro posti. Sembrano lontani i tempi del cambiamento vero, del “largo ai giovani”, della soppressione delle caste.

 

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

diciotto − 9 =