Foto Stefano De TommasiLa strage di Capaci, quel 23 maggio di vent’anni fa, ridusse in macerie le speranze di una generazione di giovani che stava provando a opporsi ad uno stato di cose che, da decenni, aveva definito le sorti di una regione e dell’Italia intera.

La ragnatela di imbrogli, collusioni e sporche connessioni tra mafia e Stato per la prima volta, dopo Capaci, presero la eclatante forma di un nemico ben chiaro da combattere. In un certo senso ci fu una sorta di ripartizione tra bene e male e nelle coscienze civili la mafia smise finalmente di essere considerata un simpatico dettaglio folkloristico regionale con cui colorire storielle e farsi canzonare dai cugini d’oltreoceano.
Capimmo che la mafia era crudele, pianificatrice e razionale; una forza che scosse l’opinione pubblica, che mosse i giovani a manifestare, che piantò le basi per la ribellione sociale. Nel lungo mese e mezzo che separò la morte di Giovanni Falcone da quella preannunciata e tristemente attesa di Paolo Borsellino, imparammo il dolore della consapevolezza, la piccolezza dinanzi ai movimenti strani, perversi e osceni del nostro Stato, alla condanna a morte dei valori della trasparenza.
Chili e chili di tritolo fecero saltare in aria il Bel Paese e tutta la legalità immaginabile. E improvvisamente tornarono alla memoria decine di morti ammazzati, che in cinquant’anni  di storia italiana e siciliana erano stati seppelliti due volte, dalla morte e dalla dimenticanza. Peppino Impastato, il Generale dalla Chiesa, l’editore Feltrinelli, Placido Rizzotto, Mauro de Mauro, Pio la Torre, Giuseppe Fava, Boris Giuliano, Ninì Cassarà, don Pino Puglisi, e una lista lunghissima di agenti di polizia, politici, uomini e donne normali, bambini finanche (talvolta disciolti nell’acido) che per qualche ragione, avevano fatto lo sgambetto alla persona sbagliata.
Un buco nero profondo quanto lo Stivale, una rete che nelle diverse regioni prendeva nomi e luogotenenze differenti, una montagna di merda, come abbiamo amato definire la malavita quando è entrata così di prepotenza nella tranquillità delle nostre giornate italiote, quando il sensazionalismo di certa televisione e certa informazione non era ancora diffuso, quando mostrare un lenzuolo bianco con le macchie di sangue vicino un’auto di cui si riconosce appena la carrozzeria tra bruciature e fumo, era un atto del tutto rivoluzionario, cose per pochi addetti ai lavori, per chi ha lo stomaco forte.
Vent’anni dopo ci rimangono le lotte e le manifestazioni, e una frangia istituzionale che confisca i beni del malaffare e le riassegna ai cittadini meritevoli, e ci resta la memoria silenziosa e prepotente di quello che di questa Italia continua a non piacerci, che si trovi in Sicilia, in Puglia, in Calabria, in Campania o in qualunque nord.
Vent’anni dopo si muore ancora, a sedici anni andando a scuola, se per qualcuno la vita umana è come un brutto insetto da schiacciare con un dito, un sabato mattina qualunque. Ancora una volta, dopo vent’anni, ci rimettiamo sotto i piedi la legalità e ce ne dimentichiamo, in mille forme di sopruso e di abuso, e ci facciamo prendere dalla spicciola fiction quotidiana che, in un secondo, avvolge di un affascinante alone di mito anche il criminale più efferato.
A vent’anni dalla strage di Capaci, l’unica strada per la legalità, è opporsi al passivo stato delle cose e proporre una strada alternativa, quella strada solitaria che costa tanto e comprende per primo atto, pensare con la propria testa.
Tra le attività legate al ventennale della morte di Giovanni Falcone e della sua scorta domani a Palermo allo stadio Barbera si giocherà la Partita del Cuore che vede la Nazionale Cantanti contro la Nazionale Magistrati trasmessa in diretta su RaiUno presentata da Fabrizio Frizzi. A Roma invece, in Piazza Municipio, si terrà la fiaccolata della Legalità per ricordare quanto, nella lotta per la legalita’, siano importanti, la cultura, la scuola e l’informazione.
Sempre a Roma, alle 9.30, la Commissione parlamentare Antimafia presieduta dal senatore Giuseppe Pisanu, commemorerà i magistrati e gli appartenenti alle forze dell’ordine caduti per delitti di mafia presso l’Istituto Superiore della Polizia di Stato.

 

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