Il termine  giapponese “hikikomori” , (ritirarsi dalla società) fu coniato negli anni ’80 ad indicare un fenomeno socialmente preoccupante emerso in Giappone circa dieci anni prima e allargatosi a macchia d’olio nelle nostre   società occidentali .

Questa patologia sociale si manifesta inizialmente con una tendenza all’auto-isolamento per almeno sei mesi, soprattutto nella fascia d’età dai 14 ai 30. Da un iniziale abbandono scolastico, si assiste inseguito al rifiuto graduale di qualsiasi contatto con l’ambiente esterno. A causa di questo auto-isolamento e per quanto il soggetto non parta da una condizione di svantaggio mentale,può tuttavia sviluppare malattie mentali secondarie quali antropofobia, paranoia, disturbi ossessivo-compulsivi e depressione.  Il primo ad accorgersi di questo fenomeno  è stato il professore Tamaki Saito, laureatosi in medicina all’Università di Tsukuba e specializzato in psichiatria adolescenziale. La prima volta che si  confrontò con il fenomeno dello hikikomori, coniò il termine: Sindrome da Apatia, patologia crescente in misura esponenziale tra i giovani adolescenti che,   una volta diventati  hikikomori,  si isolano dalla società e non riescono a reinserirsi da soli. Il Dott. Saito,  invita a riflettere sulla necessità di riconsiderare il contesto che genera l’autoesclusione. Egli sostiene che il fenomeno hikikomori sia equivalente al fenomeno dei giovani senza fissa dimora in Europa e in America. In entrambi i casi si emarginano dalla società, con la differenza che in Giappone lo fanno restando nelle loro case. Oggi i paesi colpiti da questo fenomeno sono oltre al Giappone, la Corea e l’Italia.  Sono aree di cultura,  in cui la pietà filiale è un valore molto enfatizzato. I genitori accudiscono  troppo a lungo i figli, li proteggono e li preservono a volte anche con lo scopo inconsapevole di essere da questi accuditi in vecchiaia, nel rispetto dell’alternanza dei ruoli. Mentre nelle culture anglosassoni come  In America e in Inghilterra, una volta diventati adulti, i figli lasciano la casa paterna, in Giappone, come in Italia, rimanere in casa è normale. Va da sé che per il loro reinserimento,  cacciarli da casa o rimproverarli a causa di questa dipendenza parentale non sarebbe una strategia vincente, poichè per guarire da questa patologia sociale, si deve creare inizialmente un rapporto di stretta fiducia tra il genitore ed il figlio. Quest’ultimo infatti, riuscirà con i propri tempi a spiegarsi e  liberarsi nel dialogo. Il genitore, secondo il Dottor Saito, dovrebbe spingere il ragazzo ad entrare in contatto con culture straniere, in quanto, altri riferimenti culturali e sociali riuscirebbero attraverso un processo di comparazione a spezzare quella natura intrinsecamente narcisistica che è alla base della natura dell’hikikomoro. Si è altresì riscontrato in questi soggetti una soglia bassissima alla competizione ed allo stress sociale, aggravata dai rapidi cambiamenti cui è stato sottoposto l’uomo nelle società contemporanea nonchè dall’esigenza di una approccio più aggressivo sul piano operativo e sull’atteggiamento  mentale. In questo contesto, il giovane hikikomori non trova per sopravvivere altra via di scampo se non quella di sviluppare nella propria mente un mondo nel quale non esistono angherie, dolori ed ostacoli alla realizzazione del proprio Io, ma troppo distante da quello reale.

 

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