Edito da Besa, con prefazione di Stefano Cristante e postfazione di Goffredo Fofi, esce in libreria il nuovo lavoro di Franco Ungaro. Un po’ autobiografia, un po’ romanzo, un po’ cronaca teatrale, un po’ cronaca e storia locale, un po’ satira politica e molto, molto altro ancora, il nuovo libro di Franco Ungaro ci sorprende per la ricchezza degli argomenti e specialmente per lo sperimentalismo con cui frammenta il materiale narrativo, lo rimescola e lo aggrega con un piacevole disordine logico-temporale dentro una struttura aperta e mobile.

Un libro “liquido”,  una sorta di caleidoscopio o di labirinto narrativo che  ha il  suo filo d’Arianna nella fermezza e nella coerenza del punto di vista dell’autore, nella forte tensione morale che anima la sua vis di polemista brillante, nell’irriducibilità del senso estetico di chi forse continua a credere che la bellezza salverà il mondo.

Storia e cronaca locale, pagine autobiografiche, testi di canzoni, proverbi, aneddoti, raffinate citazioni di poeti e scrittori, pagine di diario, riflessioni sul teatro e sull’arte, memorie di viaggio, racconti d’amore e di malavita a puntate,  proposte culturali, italiano e dialetto si susseguono in apparente disordine in questo piccolo zibaldone, ma come le tessere di un mosaico  tracciano poco alla volta l’immagine preoccupante di un Sud che non vuole o non sa rinnovarsi.

Ha uno spazio molto ampio nella riflessione dell’autore, la città di Lecce, o meglio, la cosiddetta “leccesità”, con la spietata critica della mentalità e della cultura della sua classe drigente, arroccata a difendere una mitica grandeur contro qualsiasi illusione di cambiamento, e con la denuncia delle responsabilità del suo ceto politico, malato di provincialismo, rivelatosi in più occasioni inadeguato ad affrontare le sfide della contemporaneità.

Raccogliendo l’insegnamento di Pasolini e Bene, più volte menzionato, vengono riprese con maggior vigore e nuovi argomenti quella polemica contro la miopia della politica culturale nazionale e soprattutto locale, insieme alla battaglia per un rinnovamento profondo dei costumi e della cultura già presenti in Dimettersi dal Sud.

Ancora una volta l’amore-odio per questa terra e questa città anima l’impegno civile e le battaglie culturali di un operatore teatrale di lunga esperienza, conosciuto e stimato in Italia e all’estero, che ancora non si è rassegnato alla logica imperante della mercificazione e del profitto e non è disposto a condividere l’idea volgare e peregrina che “con la cultura non si mangia”.