Nello spazio del Conservatorio Sant’Anna di Lecce abbiamo incontrato la pirografa Silvana Bissoli che in questi giorni di prima estate ha inaugurato una originale personale a cominciare dal titolo: “ Quello che gli ulivi ci dicono…” che si chiuderà il 2 luglio 2012.

L’avevamo lasciata così: “Qui ho trovato una spiritualità… è una terra veramente ricca di sentimenti, di storia e bisogna proteggerla in tutti i modi possibili… E io credo di fare la mia piccola parte; vi amo così tanto, e voi amate così tanto me, che credo ci sia un interscambio vero”.
Erano queste le sue parole “dettate” per il pubblico lo scorso anno durante un’intervista in occasione di una sua mostra presso la “Galleria  d’Arte Stomeo” a Martano.
Ed oggi la ritroviamo più energica ed amorevole che mai: “Tutto il salento è magico per me. È una terra da proteggere, mi batto per questo… Mi chiedono: -“Ma tu sei salentina?” No, proprio per questo. Il salento non è dei salentini, è di tutti. È per questo che il salento si distingue dal resto della Puglia. Ha una magia, una storia… Tutte queste popolazioni che l’hanno attraversata e che hanno lasciato il loro segno, che è ancora così visibile, la fanno diventare unica. Per cui… È un patrimonio non vostro, ma di tutta l’umanità. Quando parlo degli ulivi, parlo dei nostri ulivi. È un angolo di paradiso ancora incontaminato che va veramente tutelato”.

Una donna sognatrice, piena di quella spiritualità che riesce a donarci emozioni. Un artista che intende “sensibilizzare gli animi” attraverso i suoi strumenti d’eccellenza, che diventano anch’essi patrimonio culturale, carichi di simbologia, da proteggere e tutelare: l’ulivo ed il pirografo:
“Cercavo una strada che mi facesse parlare con la gente. Ho frequentato scienze politiche e pensavo fosse quella la strada per parlare con la gente. Invece no… La politica non fa per me, anche se una forma di politica, poi, la faccio anch’io, ma, essendo pacifista, voglio parlare a tutti, non faccio distinzioni, l’apertura è a tutti”.

-Partiamo da lontano. Ci racconti un po’ come è iniziato il suo percorso…
Sono nata in un paese della provincia di Verona. Vivo ad Imola ormai da tantissimi anni, ma, durante i miei studi, ho conosciuto una compagna del salento, precisamente della Specchiulla, e così ho trascorso con lei una vacanza di Natale. Sono oltre trent’anni che conosco questa terra e l’impatto è stato fortissimo, l’ho trovata speciale, è entrata subito dentro il mio cuore, senza poi sapere che cosa sarebbe diventata nella mia vita.

-In particolare l’hanno colpita gli ulivi…
Non solo; gli ulivi, sicuramente, sono stati una cosa prorompente, però, ugualmente, allora non sapevo che sarebbero diventati così parte integrante della mia vita. Negli anni questo amore è cresciuto; la vita, poi, mi ha riportato più volte qui, nel Salento, fino a conoscere un artista del posto, Giorgio Fersini, che mi ha insegnato la tecnica della pirografia, la quale si prestava moltissimo a quello che volevo fare, cioè valorizzare gli ulivi e, attraverso le loro forme e la loro simbologia, dire quello che volevo dire: parlare di sentimenti.

Nel frattempo, guardandosi intorno, ci si accorge che a fare da contorno ai quadri, oltre le pareti suggestive del luogo dell’ex conservatorio di Sant’Anna, le frasi “riportate su di essi”che sembrano, quasi, guidare l’osservatore nel suo viaggio interiore con gli ulivi, senza disturbi o altre interazioni:

Albero amico
che da sé rinasce
terrore delle lance nemiche;
l’olivo di glauca foglia
che nutre i nostri figli e
in questa terra
cresce in gran copia
(Sofocle, Edipo a Colono, 694)

E qui interviene l’artista affermando: “Tutti i popoli l’hanno considerata una pianta sacra, importante economicamente. Lei sa che i Romani mettevano i soldati a proteggere gli uliveti, per quanto era importante l’olio? Dicono che è l’unica pianta di cui non si butta nulla e non è un caso se è un simbolo per tante cose: pace, vittoria… L’ulivo è una pianta che è compresa da tutti i popoli, è un linguaggio universale. Mi sento cittadina del mondo, parlo con loro attraverso loro”.

-Quali sono i suoi luoghi di ispirazione?
Le mie zone, quelle che conosco molto bene e che mi hanno dato molta produzione, diciamo, sono la campagna di Tricase, tutto il circondario di Otranto, tutta quella zona, Montevergine… Ma poi, venendo anche su, la zona di Martano, Borgagne, Melendugno, Calimera. Poi, anche un po’ Cutrofiano, ma… Non arrivo mai perché mi fermo prima…

Ancora, voltandosi, si legge:

La pirografia
è la scrittura col fuoco
ammette difficilmente il caso,
il tratto è quasi sempre voluto e ben calcolato;
richiede un’attenzione sempre viva
La pirografia
Segue il gesto che guida lo strumento.
Si ottengono
Un punto,
una linea di punti,
dei semi,
delle nuvole,
si creano degli intagli,
delle tracce profonde,
dei fondi, saturi o trasparenti,
dei segni iridescenti
come un acquerello,
come dei tratti d’inchiostro su un foglio di carta inumidito.
La pirografia
è anche colorazione
del legno che si tinge per effetto del calore,
offrendo il piacere di creare…

-L’ha scritto lei?
No, questo l’ha scritto Pompea Vergaro che ha curato la mostra ed è entrata pienamente nel mio sentire.

-La pirografia, dunque, una “scrittura col fuoco che ammette difficilmente il caso” …
Questa tecnica non consente distrazione. Lo dico sempre. La pirografia mi consente di creare proprio l’impatto con la sua forma, con la forma che l’ulivo ha, poi c’è anche il calore… Credo che questo colore caldo del legno bruciato si presti molto bene…
La pirografia, una tecnica che esiste ed è vecchia come l’uomo, una tecnica che, però, non è considerata; sembra che sia arte di secondo livello, dico sempre, infatti nelle scuole non viene insegnata, a meno che non sia nell’interesse di un insegnante in particolare. Quello che io cerco modestamente di fare è trasmettere qualcosa “di solo mio”. Non c’è solo il momento del lavoro fisico, ci deve essere qualcos’altro ed è il mio impegno. Ecco perché devo curare le mie mostre personalmente, ci devo essere; è difficile: una persona che non conosce la tecnica, che entra a vedere le mie cose, vede solo alberi, nemmeno ulivi,  e dice: -“È un’appassionata di alberi e riproduce alberi”. Invece no… Essi sono carichi di tematiche e di situazioni, per cui mi ritrovo a doverli seguire, accompagnare, vivere alle mie mostre.

-Ci racconta l’atto del suo essere artista?  Esattamente lei cosa fa quando vede questi ulivi? Si ferma lì, con “loro”, a creare il suo quadro?
Quando avevo tempo facevo anche questo. Ora, che il  tempo è più tiranno, purtroppo no… Quando vengo qui, mi fermo tra gli ulivi e me li respiro. Sto con loro, parlo con loro, ci salgo sopra e dentro. Li tocco e li abbraccio affinché mi diano proprio quell’energia… Poi  li fotografo, perché non tutti, al primo impatto, mi danno subito qualcosa. Ci sono quelli che mi danno un impatto immediato, ci sono quelli che mi danno un’emozione… Quindi li porto con me. Poi, col tempo, li guardo, li guardo ancora e li riguardo. Ecco perché dico che comunque dipende molto da noi, perché nel tempo ti suggeriscono cose diverse… E sono fantastici!

-Ci parli un po’ del suo lavoro, della sua tecnica…
Allora… Faccio i lineamenti generali, traccio i contorni, ma generali, davvero uno schizzo… Perché in corso d’opera cambiano, anche… Per suddividermi gli spazi, perché se vado libera, libera, libera, potrei  trovarmi a non avere più legno dopo… Per farmi un minimo di proporzioni. Il mio lavoro non consente correzioni, come dicevo, una volta che ho pirografato non si torna indietro, non si cancella.

“Percorrendo” le opere, notiamo che esse sono suddivise nelle quattro sale per tematiche.
E, così, facciamo un breve giro…

-“Grande madre”
È il momento, diciamo, del riposo, dove si recuperano un po’ le energie, così come questo, “Grande madre”, che io adoro in modo particolare, e che tutti, insomma, dovremmo riconoscere perché a tutti è capitato di avere voglia di ritornare nel grembo materno. Questo ulivo così scavato mi ha dato l’idea di un utero, della pancia di una mamma dove, quando si vuole fuggire dalla nostra realtà, alle volte si vorrebbe  ritornare…

-… E quella panchina?
Esatto, esatto. Molti la trovano malinconica, anch’io l’ho suggerita così, ma… È malinconica perché ci sta aspettando, non perché sente la nostra nostalgia. In realtà dentro quell’utero noi stiamo facendo una scorpacciata di energia, di nuova linfa; dopo il letargo c’è la nuova primavera e quindi si esce… Dopo che ci siamo rigenerati… C’è qualcuno che ci sta aspettando.

-Potremmo dire, allora, che questa panchina rappresenta un po’ la “sala d’aspetto”?
Se si vuole… possiamo dire così (l’artista sorride). Quella panchina ci sta aspettando, è una “sala d’attesa”, aspetta che noi ben rinfrancati ritorniamo fuori ed è pronta ad accoglierci. Nascosti ci sono due elementi che per me sono molto importanti: la luna e l’uccellino. Essi rappresentano i sogni, molto delicati, ma anche loro sono lì. Non devono essere, così, prorompenti, devono essere cose da scoprire, così. La persona attenta li scopre. Mi diverto a mettere, ogni tanto, qualche elemento, così,  che, comunque, fa sempre parte della mia simbologia.

-“Terra rossa”…
Questo è dedicato alla vostra terra. Ho scelto un legno africano che ben si prestava, così scuro, al colore della vostra terra che è affascinante.

-A questo punto la domanda sorge spontanea. La scelta del legno…Quale legno predilige per i suoi lavori?
Prediligo il legno d’ulivo, ma il legno d’ulivo in certe dimensioni non si trova, è durissimo peraltro… Quindi alla fine prediligo, per la maggior parte, il pioppo, che, a volte, sembra diverso, ma in realtà è sempre lui, è la sua stagionatura; il legno vive sempre, il tempo lo scurisce, l’esposizione al sole etc. Questo, invece, è un legno africano; quest’altro è betulla. Nella scelta io guardo sempre questa specie di frecciata che lascia il legno.

-“Donna ferita”… C’è anche un pensiero scritto “dietro” questo quadro, l’unico:“Giorni duri come lame conficcate sulla corteccia antica, che è la tua storia, lacerazioni deturpano il tuo interno…”
È un lavoro dedicato a noi donne che chiaramente siamo ferite non solo fisicamente; il più grande insegnamento che ci dà l’ulivo è di non arrenderci e, quindi, anche qui, in questo caso, abbiamo delle forti radici e delle braccia poderose che ci mantengono in equilibrio.
Dà calore, dà speranza, dà il senso della difficoltà del vivere perché lui davanti a percorsi tortuosi, cade a terra, si tira su, ricade, si contorce, soffre malattie, per cui poi subentra l’amore dell’uomo che lo aiuta a superarle… I suoi rami, però, sono sempre verso l’alto. Cerca la luce, vive, anzi; più è contorto e sofferto, più diventa bello.
Ne ho uno qui davanti che ho intitolato “Preistoria”; a me sembrava uno scheletro, mi dava l’idea di un reperto archeologico, però la sua chioma c’è ancora. È quel che si vuole dire, è: non arrendersi mai. Anche un filo di linfa che si riesce a fare entrare ci può fare rinvigorire.

Continuiamo il nostro viaggio tra le opere…

-“Soldati”. Perché?
Perché sono uno sulle spalle dell’altro, c’è il soldato che porta sulle spalle l’amico ferito, ci sono le gambe che fanno fatica… Quindi c’è il trascinamento, c’è la ferita e c’è il senso dell’abbandono sul suo amico. Quando io ho visto quest’ulivo ho pensato a quei film in cui c’è una battaglia, c’è questo soldato ferito e l’amico che lo carica sulle sue spalle…

È presente, quindi, un sentimento forte di amicizia, di solidarietà
Si, fortissimo, enorme perché io vedevo un po’ la scena in cui lui diceva: – “Ma salvati tu, lasciami qua, non c’è più speranza per me” –  e l’altro che rispondeva: – “Non ci penso proprio…”

-“Io chi, io cosa”
Questo è un gioco, è un ulivo inventato, non l’ho trovato perché volevo che da questa ricerca complessiva ci fosse anche questa parte che è la ricerca di noi. Abitualmente, ormai, siamo portati più a guardare le cose esteriori piuttosto che fermarci, prendersi il tempo per guardarci dentro… E, così, dopo che le persone hanno trascorso del tempo a guardare i miei ulivi, mi soffermo un po’ con loro a chiedere che cosa vedono in questo… E, a questo punto, potrei fare con lei la stessa cosa…

Cosa vedo? Vedo molta speranza, sempre questa elevazione verso l’alto, una luce molto presente, questa è stata la mia prima impressione appena sono entrata in questa stanza e ho osservato questo quadro…
Benissimo, però ora, adesso, entriamo nel mio giochino, cosa vedi all’interno?

Intravedo un’ala di un uccello. Qui c’è il profilo di un viso…
Perfetto, era proprio quello, perché abitualmente si guardano i tronchi, le forme che assumono…
Quando faccio notare alle persone, come ha ben visto lei, che c’è la parte vuota, ciò che rappresenta, che è la nostra parte interiore… Una volta che tu hai visto il viso, il profilo del viso, difficilmente riesci più a vedere il contorno. È come se lo sguardo si fissasse su quello e sfuggisse quasi tutto il resto…

Spostandoci nell’altra sala, invece, si parla dell’aspetto più intimo di alcuni sentimenti… Siamo entrati in un’altra tematica…

-“Vanità”…
Questo è un sentimento che, in fondo, fa parte della religiosità. Qui volevo fare la differenza tra l’uomo e la donna; l’uomo che è più chiuso, non senza sentimenti, ma fa fatica a farli uscire, mentre la donna, nella sua vanità, dice: -“Io sono qui, ci sono, guardami se non altro… ” – e comunque l’unione di questi due “elementi” dà la vita…

-“La pietà”, “Passione”, “Divinità”…
“La pietà”: qui c’è la Madonna, con il suo velo, seduta col Cristo in braccio. “Passione” perché c’è una crocifissione. “Divinità”… A me sembrava una divinità egiziana, diciamo. Io non guardo l’età dell’ulivo, io guardo la sua forma, non mi interessano le dimensioni, a parte il caso dell’ulivo gemello, che è un caso a parte e unico resterà.

-Allora andiamo a sostare accanto a  “L’ulivo gemello”
Quest’ulivo si trova a S. Marino. Come ho detto all’inaugurazione, non voglio andare a dare giudizi di merito sulle cose, voglio solo sensibilizzare, alla fine lui potrà essere un ennesimo martire, però che abbia un senso…. Perché quest’ulivo ha 2400 anni. Con tutte le più buone intenzioni i sanmarinesi l’han voluto loro perché l’hanno amato.
Quest’ulivo ha partecipato a “Interflora” lo scorso maggio a Genova, per cui ha affrontato un lungo viaggio ed ha vissuto quest’esperienza. È stato acclamato, per cui ha vinto anche un premio e questo premio veniva proprio dallo stato di S. Marino il quale ha fatto di tutto per averlo; gli ha fatto fare un’altra esposizione, quindi son passati dei mesi e lui si era indebolito. L’hanno piantato, ma ce l’avrebbe fatta, se non fosse stato che noi viviamo in un territorio in cui i nostri inverni, non tutti, ma alcune volte purtroppo sono gelidi; quest’anno a febbraio abbiamo avuto due metri e mezzo di neve per un mese intero. Molto probabilmente è morto. Per cui io ho inventato la parte superiore perché non l’ho mai vista. Anche qui ci ho messo due elementi nascosti perchè ho conosciuto in questo periodo delle ragazze speciali che amano molto la natura e gli animali per cui l’ho voluto dedicare a loro. Ci sono due falchi lì dentro. “Dedicato all’ulivo gemello” perché volevo che le persone potessero vedere che cosa fosse quest’ulivo di 2400 anni. Bisogna fermarsi e pensare un attimo per capire cosa sono 2400 anni di fronte alla nostra vita. Forse sarà l’ennesimo martire. Intendo occuparmi di loro… In questi mesi l’impatto è stato fortissimo…

Continuiamo il giro. Il circolo si chiude…

-Il tema è il cambiamento: “Trama”, “Mutamenti”…
Si e, comunque, il non arrendersi mai. Di là abbiamo “Percorsi tortuosi”, il guardare lontano che abbiamo già accennato, un invito al non fermarsi oggi, come loro…
“Trama” è talmente contorto, qui ci vedete quello che volete…

-“Trama” è la trama di un racconto?
“Trama” è svariate cose, trama in tutti i sensi, dal  positivo al negativo, lì dentro ci ho messo tutto.

-“Mutamenti”, perché?
Perché questo ramo incredibile mi sembrava proprio un serpente che mi dava anche tanta angoscia, però il serpente rappresenta per eccellenza il cambiamento e, quindi, cambiando pelle… Si può cambiare. Anche questo è legno di betulla che mi crea già un paesaggio, vedi le nuvole?

-Che non è sempre in avanti verso l’alto, ma verso l’orizzonte… Giusto?
Certo, è il nostro cammino. Come nell’opera “Dalle radici al sole…Passando per la luna”… L’uomo guarda in alto perché sempre si guarda in alto: tu devi fare una preghiera, devi avere qualunque esclamazione, in qualunque momento difficile ci accasciamo a terra e, comunque, anche da terra tendiamo ad alzare gli occhi verso le luce, ma… La luce, il sole, l’uomo non lo raggiunge. La luna è più vicina a noi, è un elemento più vicino all’uomo, è più terrena, diciamo.

-Cosa rappresenta per lei la luna?
La luna rappresenta i sogni, sempre, ed i sogni fanno avere dei progetti. Qualche volta si realizzano anche questi sogni, non sempre, però sono sicuramente lo stimolo per andare avanti. Senza sogni, senza progetti non si fa nulla.

-Nei suoi quadri si intravedono sempre animali o sbaglio?
Sempre, sempre… Poco o molto movimento che ci sia si intravedono sempre animali o figure umane.

-“Torre saracena”
Questo è dedicato ai salentini, invece, un quadro duro, che ho fatto ormai tanti anni fa, che rappresenta due elementi che sono fondamentali per questa terra: le torri di avvistamento, gli ulivi ed il mare nello sfondo.
Quella nella fattispecie è la Torre del Mito che si trova tra Andrano e Tricase. Il tempo l’ha distrutta, l’ha consumata, mentre la mano dell’uomo in un attimo è riuscita a fare questo danno, quindi è proprio un monito per i salentini, come dicevo anche l’anno scorso a Martano. La vostra terra è preziosa: amatela e conservatela!

-Chiudiamo il nostro viaggio con“Quello che gli ulivi ci dicono…”, l’opera che dà il titolo alla mostra
“Quello che gli ulivi ci dicono…” Lì ci sta il pensiero. Ho dato il titolo a lui e a tutta la mia mostra attraverso lui. La magia di quest’ulivo è stata quella proprio di raccontarci in un unico ulivo, girandogli intorno: Abbraccio, Calore, Amicizia.

-Come mai questo amore smisurato per la natura?
I miei nonni erano contadini e, quando la domenica ero costretta a stare con loro, ci andavo così malvolentieri… La campagna mi dava un senso di isolamento. Quanto, invece, oggi farei per abitarci!
L’ulivo: “il suo insegnamento più grande è la tenacia perché vederli in mezzo ai sassi e veder che sviluppi hanno…,  rimane qualcosa di straordinario!

Ringraziamo Silvana Bissoli  per questa suggestiva passeggiata tra  i suoi magnifici ulivi!

 

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