Alfredo Mantovano, deputato di spicco e voce critica del Pdl, in queste ore sta provando a dare un contributo al futuro del «partito carismatico», ora che Berlusconi ha scelto di rimanere dietro le quinte.

La sua ricetta è semplice: congressi veri, primarie, alleanze e, soprattutto, riforma del sistema elettorale.

Onorevole, il futuro non sembra sereno per il Pdl: nel resto d’Italia tutto va male, i partiti rischiano di diventare gusci vuoti, per lasciar campo libero alle liste civiche. Iniziate a ripensare il partito partendo dal nome,che potrebbe essere «Democrazia e Libertà», ma per quanto riguarda il contenuto?

«Infatti, non mi sembra il caso di avvitarsi sul nome: credo che si debba fare attenzione alla sostanza. Il partito attraversa un momento di crisi, ma non è totalmente travolto, perché c’è il risultato di Lecce(il migliore in tutta Italia), ma anche quello di Catanzaro e Gorizia. Al ballottaggio abbiamo vinto in tanti comuni, anche in Puglia, a Trani e Terlizzi(che è un luogo significativo, perché è la patria del governatore della Regione). Queste vittorie devono insegnarci come si vince, perché ci sono degli elementi in comune: innanzitutto, il coinvolgimento totale del nostro elettorato, grazie alle primarie che hanno determinato una svolta nell’elezione di Perrone. Questo non è avvenuto solo a Lecce, ma anche a Trani. Abbiamo anche la prova contraria: neiposti dove non abbiamo fatto le primarie, abbiamo ricevuto sonore sconfitte. Si pensi a Brindisi, dove le consultazioni della propria base elettorale sono state ostacolate, annunciate e poi disdette: abbiamo ricevuto una sonorasconfitta, anche se la nostra era un’amministrazione uscente. Per non parlare di Taranto, dove addirittura siamo arrivati al fantasmagorico risultato del sei per cento».

Insomma, qual è la ricetta per guarire?

«Primarie, qualità dei candidati e allargamento della coalizione, senza forzature, ma è necessario unire il centrodestra».

Quindi, cosa ne pensa delle polemiche interne? Qualcuno nel Pdl ritiene inutile l’alleanza con Io Sud.

«Se il risultato è stato del 64 per cento, è anche per quest’alleanza: vale il dato di compattezza che si riesce a trasmettere agli elettori. Quando l’elettorato di centrodestra ha percepito il segnale di una coalizione compatta e vincente, ha deciso di votarci».

Il Pdl voleva il quinto assessore.

«La linea del buonsenso, portata avanti già prima delle elezioni, è che non si può immaginare di vincere da soli: i risultati ci hanno dato ragione».

Anche l’aborto del Terzo Polo può aver favorito la scelta di Perrone?

«In realtà, il Terzo Polo è stato un esperimento fallimentare in tutta Italia: ciascuno dei soci è andato per conto suo, anche nel resto della nazione».

Cosa ne pensa della nuova giunta Perrone? Lei ha un suo uomo nell’esecutivo: Coclite.

«Credo che ci siano i presupposti per fare un buon lavoro».

I partiti si salveranno, visto che ora sembrano gusci vuoti, o sono destinati a scomparire per lasciare spazio a liste civiche e movimenti, come profetizza Grillo?

«È difficile immaginare una democrazia senza forze politiche: una democrazia fatta solo di liste civiche è una realtà reticolare che difficilmente può funzionare. La crisi sta mettendo a dura prova la forma partito tradizionale, un po’ per ragioni oggettive: nel senso che sarebbe folle far venire meno la fiducia che abbiamo dato a Monti; un po’ perché agli impegni presi da Monti non è stato dato seguito, ma anche perché questa sorta di commissariamento viene vissuto dai principali partiti come se ci fosse un azzeramento dell’iniziativa politica. Il ruolo dei partiti potrebbe avere una fascia d’iniziativa più consistente e più ampia, ma per assenza d’iniziativa questi spazi non si riempiono».

Intanto, scoppia la moda della lista civica nazionale: il primo a pensarla è stato Emiliano, oggi Bersani lancia la lista con Saviano. Può essere l’escamotage giusto per non essere sopraffatti dal «grillismo»?

«Questa è materia di discussione: per rispondere in modo serio a questa domanda dobbiamo aspettare di capire con quella legge elettorale si andrà al voto. Con l’attuale normativa elettorale, sarebbe folle pensare a qualcosa che non vada verso la coalizione di centrodestra o di centrosinistra».

Come la cambierebbe la legge elettorale?

«Mi piace il sistema francese, ma con una coerenza dell’ordinamento».

Quindi, doppioturno e semipresidenzialismo?

«Esatto».

Però è improbabile che il nostro Parlamento riesca a fare una riforma del genere entro il 2013, non crede?

«Con il doppio turno alla francese tutti avranno l’opportunità di gareggiare ad armi pari e chi vincerà potrà governare tranquillo: il Parlamento è in tempo per fare tutto».

Berlusconi si farà davvero da parte? Quale leader sarà in grado di sostituirlo, tenendo unito il centrodestra?

«Berlusconi ha già detto che si farà da parte, anche se non scompare. L’elettorato di centrodestra ha lanciato un segnale astenendosi: vogliono un cambiamento, gente nuova e capace».

Dalle pagine del «Foglio» ha lanciato un messaggio a Monti: «Spieghi bene ai partner europei che le nostre banche sono sane».

«Abbiamo banche più sane di quelle francesi, che hanno molti più titoli spazzatura delle nostre: sarebbe importante che nei vari vertici europei il governo italiano facesse valere questa verità. Io e Gianni Alemanno, sul Foglio, abbiamo sottolineato che le banche di altre nazioni sviluppano i loro conti economici, i loro bilanci, sulla base del costi iniziale dei titoli, ma sappiamo che il valore attuale di molti diquesti titoli e di gran lunga inferiore rispetto al costo iniziale. Le banche italiane hanno al loro interno più titoli pubblici, che hanno un grado di solidità molto più elevato e per loro natura non rispondono al criterio del costo iniziale, ma a quello della valutazione in tempo reale, giorno per giorno. Quindi, l’impressione è quella di una maggiore solidità delle banche tedesche o francesi: la realtà, invece, è l’opposto. Il nostro presidente del Consiglio dovrebbe chiedere che vengano adottati gli stessi criteri per tutti, anche se questo non conviene a Francia e Germania».

Perché banche così sane aiutano così poco le imprese italiane?

«Io non ho fatto campagna elettorale, come qualche mio collega, contro le banche: ritengo che non si debba fare demagogia. Però, sono altrettanto convinto che le banche debbano indirizzare i loro sforzi e i fondi ricevuti, al sostegno delle famiglie e dell’impresa e non solo agli investimenti in titoli e al loro risanamento. Per evitare rischi, propongo di individuare, mediamente per ogni provincia, le cento imprese che meritano credito, per il loro patrimonio e per le loro capacità riconosciute:sulla base di una valutazione oggettiva, una sorta di rating non fondato solo sul patrimonio, ma sulle capacità di fare impresa».

L’attentato di Brindisi ha devastato l’immagine del Salento, riportando il territorio in uno stereotipo mafioso, anche se poi non si trattava di mafia. Ora come ne usciremo fuori?

«Scarsa professionalità e scarsa prudenza da parte dei media nazionali. Oggi, quei media potrebbero riparare descrivendo come è stata sconfitta 20 anni fa la Sacra Corona, che non ha mai avuto quelle caratteristiche di pervasione del territorio, che ha, per esempio, la mafia garganica».

Oggi, abbiamo a che fare con gruppi criminali e cani sciolti, vero?

«La Sacra Corona era unitaria, verticistica, diversa da questa criminalità. Oggi ci sono tante bande, anche se le attività principali sono sempre le stesse: droga, estorsione, usura. Si tratta, però di realtà circoscritte, che tentano di passare inosservate».

Le carceri scoppiano, due giorni fa una nuova aggressione nel reparto speciale leccese. Le soluzioni adottate non sembrano funzionare.

«Credo che il decreto svuota carceri sia stato uno sbaglio: perché non si vince la lotta alla criminalità con questi metodi. Le carceri scoppiano comunque, anche dopo questo provvedimento. È stato introdotto un palliativo con qualche camera di sicurezza qua e là e ora cominciano a esserci suicidi anche lì. Il governo Berlusconi aveva fatto un piano di edilizia straordinaria che avrebbe tamponato l’emergenza. Le camere di sicurezza non risolveranno niente».

Eliana Degennaro

 

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