Il Tribunale del riesame ha smontato la ricostruzione accusatoria del sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone. Il collegio, presieduto dal giudice Silvio Piccinno, ha infatti accolto parzialmente il ricorso presentato dai vari imprenditori e caporali, in manette dallo scorso 23 maggio

e ha annullato due delle accuse più gravi mosse nei loro confronti, ossia la riduzione o mantenimento in schiavitù, e il plagio. E’ rimasta però in piedi l’accusa di associazione per delinquere per cui, per alcuni degli imprenditori, sono stati disposti i domiciliari. Tra loro Giovanni Petrelli, 50 anni, di Carmiano, assistito dall’avvocato Amilcare Tana.

Il carcere è stato confermato per Pantaleo Latino, 58 anni, di Nardò, assistito dagli avvocati Angelo Pallara e Giuseppe Cozza.

Secondo l’accusa, i datori di lavoro, con la complicità dei caporali, si sarebbero arricchiti riducendo in schiavitù gli immigrati, costretti a lavorare per 20-25 euro lorde al giorno, da cui si sarebbero visti decurtare le spese di vitto, alloggio e di trasporto nei campi. Il vitto consisteva nell’essere ammassati in fatiscenti casolari di campagna, senza porte e finestre, energia elettrica e acqua. Il cibo in un panino. Il tutto per lavorare 10-12 ore al giorno, senza pause e senza riposo, per l’intero ciclo di raccolta.

Il sodalizio criminale, secondo le indagini condotte dai carabinieri del Ros, era costituito da italiani, algerini, tunisini e sudanesi che operavano in Puglia, Sicilia, Calabria e Tunisia.

La procura attenderà le motivazioni dell’ordinanza del riesame, per decidere se ricorrere o meno per Cassazione.

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