“Je desire que mes cendres reposent sur les bords de la Seine au milieu de ce peuple français que j’ai tant aimé”.Questa è la frase che si legge all’ingresso della tomba di Napoleone Bonaparte, nella chiesa del museo des Invalids, il luogo di riposo per i veterani voluto proprio dall’imperatore,

che tra l’altro era anche la sede dell’Ecòle Militaire di Parigi. Fu una frase detta proprio da Napoleone, in merito al desiderio di essere sepolto accanto al fiume parigino. In italiano significa: “Desidero che le mie ceneri riposino sulle rive della Senna in mezzo a questo popolo francese che ho tanto amato”. A dire il vero, in  un primo momento Napoleone non è che amasse tanto i Francesi, anzi da buon corso separatista li detestava. Fu solo dopo aver rotto con la causa di una Corsica indipendente che abbracciò quella francese. Ma questo importa poco in questa sede.
Per ben due volte nella mia vita, durante i miei numerosi viaggi nella ville lumiere, ho visitato la tomba dell’Imperatore dei Francesi e Re d’Italia, un’Italia diversa da quella odierna poiché limitata solo al nord, per la gioia dei leghisti. Entrambe le volte, devo dire la verità, si respirava un’aria sacrale, non perché fosse all’interno di una chiesa, ma per il modo in cui i Parigini vollero accogliere il ritorno del loro imperatore, morto diciannove anni prima, nel 1821, nel forzato esilio di sant’Elena, la minuscola isola dell’Atlantico dove gli Inglesi lo reclusero nel 1815 e, forse, ne accelerarono sensibilmente la dipartita da questa valle di lacrime.
Già dal piano terra della chiesa si apre un foro circolare che consente di vedere dall’alto  l’enorme urna in marmo rosso, all’interno della quale riposano i resti di colui che dominò l’Europa per quasi venti anni. In una teca in vetro, non lontano, sono esposti la feluca, cioè il cappello militare, ed il celebre pastrano grigio appartenuti a Napoleone, esattamente come possiamo vederlo in tanti dipinti dell’epoca. Scesi nel piano ipogeo, ecco un sontuoso portale in legno, sulla cui architrave campeggia la frase letta in apertura, con ai lati le grandi sculture lignee di sovrani barbuti di epoca medievale, reggenti una corona e forse, non ricordo bene, una spada. Oltrepassata la soglia, eccoci nel circolare tempio del Bonaparte, con la gigantesca urna nel centro ed i visitatori, in timoroso silenzio, che circolano lungo il passaggio perimetrale, delimitato da colonne. Ad un tratto, sulla destra, si apre una stanza con una statua di Napoleone che campeggia, mentre per terra una lapide ricorda Napoleone II Re di Roma, figlio dell’Imperatore dei Francesi e di Maria Luisa d’Asburgo. In realtà quella lapide è solo un ricordo poiché lì non sono ospitati i resti dell’Aiglon, l’Aquilotto, nomignolo con cui era conosciuto Napoleone II. Fu portato via durante l’invasione che portò alla prima abdicazione dell’Imperatore, nel 1814, quando aveva 3 anni, e non lo rivide mai più. Visse alla corte del nonno paterno a Vienna, sino a quando morì all’età di 21 anni. I nemici di Napoleone, una volta ripreso il controllo dell’Europa, non gli concessero nemmeno la gioia di rivedere il figlio.
Così, girando due o tre volte intorno al perimetro, alla fine i visitatori ripercorrono il cammino per uscire fuori, tuttavia resta un po’ di amaro in bocca, al pensare all’ascesa repentina ed alla altrettanto repentina caduta dell’Aquila napoleonica. Come lui stesso scrisse nell’atto della seconda abdicazione: “Mi offro in olocausto all’odio dei miei nemici”.

Cosimo Enrico Marseglia

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