Foto Jessica NiglioLa recessione «brucia» oltre 17 milioni di euro. In provincia di Lecce, la crisi ha «falcidiato» i depositi negli sportelli bancari. In appena quattro mesi, da dicembre 2011 ad aprile scorso, i soldi delle famiglie salentine, delle società finanziarie, di quelle non finanziarie, delle istituzioni senza scopo di lucro

 

e, soprattutto, delle amministrazioni pubbliche sono scesi da nove miliardi e 58 milioni a nove miliardi e 40 milioni. Il saldo negativo è, per la precisione, di 17 milioni e 895mila euro. Una flessione pari allo 0,20 per cento.
Una percentuale preoccupante che «certifica» in modo chiaro la perdita di ricchezza nel Salento. A rilevarlo è l’Osservatorio economico di Confartigianato Imprese Lecce che ha elaborato gli ultimi dati di Bankitalia.
Impressiona, in particolare, il dato riferito agli enti pubblici. L’ammontare del loro denaro è «crollato» del 41,70 per cento: da 258 milioni a 150. Solo negli enti pubblici, dunque, si sono «persi» ben 107 milioni. E’ il calo più significativo.
Seguono le società non finanziarie: meno 17 milioni, pari ad un tasso negativo del 3,39 per cento (da 505 si scende a 488). Sostanzialmente invariate quelle finanziarie che hanno depositi per quasi 40 milioni.
In controtendenza le famiglie salentine che vedono salire i depositi di 94 milioni, pari all’1,15 per cento: da otto miliardi e 144mila a otto miliardi e 238mila.
«Se da un lato – spiega Amedeo Giuri, direttore di Confartigianato Imprese Lecce – possono sorprenderci i dati positivi riferiti alle famiglie, dall’altro, però, sono allarmanti quelli sulle amministrazioni pubbliche. I depositi di queste ultime, infatti, sono letteralmente crollati, nonostante la forte pressione fiscale degli ultimi mesi (basti pensare all’Imu) che, probabilmente, darà i primi segnali di un’inversione di tendenza a partire dalle prossime settimane. Questo dimostra – conclude Giuri – quanto le casse pubbliche, ad aprile, fossero in difficoltà».
Anche gli impieghi sono diminuiti: meno otto milioni, pari allo 0,10 per cento. Una percentuale inferiore al calo dei depositi. Questo significa che le banche si sono «esposte» di più. Uno «sbilanciamento» tutto sommato in linea con i parametri da rispettare. Gli istituti di credito, infatti, sono tenuti ad osservare determinate regole per tenere sotto controllo i propri bilanci. E’ un vero e proprio «tira e molla» il rapporto tra depositi ed impieghi. Se la banca fa una buona raccolta di denaro, può rimetterla in circolo sotto forma di prestiti e finanziamenti.
Con la crisi, però, la liquidità in circolo è diminuita e, così, le banche non possono incrementare gli impieghi. Anzi, cercano persino di «rientrare», vale a dire rivogliono indietro i soldi prestati. Si diffonde, così, la stretta creditizia (in gergo «credit crunch»).
Se l’economia non dovesse ripartire, le prospettive, per l’anno in corso, non potranno migliorare. E potrebbero, così, calare ancora i depositi bancari.

 

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