“A.A.A. Cercasi sposo per prossime nozze! Se interessati, presentarsi il 20 giugno alle 11.00 presso la chiesa di S. Apollinare, in via della Speranza 10. È importante portare l’abito da cerimonia”.
Questo è l’annuncio comparso qualche giorno fa sul quotidiano locale di una ridente cittadina americana.

È stato dettato da Jenny, una ragazza molto intraprendente, solare, con tanti spasimanti e dalle molte storie. Tutti erano certi che si sarebbe sposata presto, invece no. È vero, aveva avuto diversi ragazzi, ma molto leggeri, un po’ bruschi, gente con cui davvero una famiglia, anche a breve termine, non è possibile ipotizzarla neanche lontanamente.
Lei sembrava leggera, ma non lo era affatto. Di compagnia, spiritosa, frizzante, ma una brava ragazza, il che, al giorno d’oggi, non è cosa molto apprezzabile secondo alcuni.
“Mi chiedo quando ti deciderai ad andare a vivere da sola, con un uomo accanto, non puoi rimanere tutta la vita qui” – le ripeteva di continuo la mamma. Il padre no, in fondo era contento che fosse ancora a casa, a prendersi cura dei suoi.
“Credevo ti saresti sposata prima di tutti noi” – le disse un’amica che sentiva spesso.
“Ben le sta! Così rimane sola!” – affermava, soddisfatto, tra sé un suo ex.
“Non è bello rimanere soli” – le suggerì una vecchina in chiesa.
“Possibile che nessuno ti vada bene?” – le chiese un suo amico.
“Basta che ti sistemi!” – interloquì una vicina di ombrellone – “ … poi, sei una bella ragazza!”.
Lei non replicava nulla, ascoltava tutti e ingoiava, perché, ovviamente, non sapevano delle sue storie e di quanto fosse stata presa in giro fino ad allora, altrimenti … altro che sposata! Strasposata!
Tuttavia, le cose non erano andate bene e, nonostante desiderasse anche lei avere qualcuno accanto con cui condividere veramente tutto, darsi supporto a vicenda, crescere insieme, fare lunghe chiacchierate, spropositi e interminabili coccole, si ritrovava ad essere single e sola.
La cosa non le dava così fastidio, ma le chiacchiere della gente si, quelle proprio non le sopportava più.
Decise allora di raggirarli tutti quanti.
Iniziò a dare la bella notizia a tutti, ogni volta che incontrava qualcuno o che le dicevano qualcosa in proposito. Stampò sul viso il migliore dei suoi sorrisi e pareva essere il ritratto della felicità.
“Come mai sola?” – le chiese un’amica, che non vedeva da anni – “Credevo fossi già in coppia”.
“Come?” – ribatté lei – “Non lo sai? Mi sposo fra due mesi”.
“Davvero? Auguri! Cara! Lasciati abbracciare!”
“Falsona, vipera, ipocrita!” – pensava Jenny tra sé, fingendo felicità in quell’abbraccio – “Parli proprio tu, che hai fatto di tutto per portarmi via Ernest”.
“Anzi, sai che c’è? Mi, anzi, ci farebbe piacere se venissi a vederci. Se mi lasci l’indirizzo, ti spedisco la partecipazione!”.
“Sicuro che vengo! Non mancherei per nulla al mondo”.
La scena si ripeté con tante persone e a chi le chiedeva dello sposo, rispondeva che era molto indaffarato, lavorava tanto, così non aveva tempo per dedicarsi ai preparativi, ma si consultavano su tutto e condividevano tutto.
La cosa la divertì così tanto, che provò realmente ad organizzare un finto matrimonio: lo sposalizio dei suoi sogni.
Prenotò chiesa, ristorante, addobbi floreali, auto, bomboniere, viaggio di nozze, suite, fedi, vestito.
Si divertì come una matta. Entrò in una boutique da sposa, una nella quale aveva accompagnato fino ad allora tante sue amiche, per scegliere l’abito giusto e poi adattarlo.
Lei no, visto che a suo tempo fu criticata per averne voluto provare uno, priva di sposo, si vendicò, adducendo come scusa l’indecisione. Provò tutti i vestiti, tutti i modelli, tutte le taglie, in pratica tutta la boutique, estenuando la proprietaria e alla fine, uscendo, disse che ci doveva pensare!
“L’abito lo comprerò, mi serve! Lei, però, aspetterà ancora qualche giorno. Deve rosolare a puntino”. E così fu.
Arrivò il momento di scegliere anche le partecipazioni e qui iniziò ad avere un po’ di difficoltà.
“Che nome devo mettere vicino a quello della sposa?” – le domandò la commessa.
Già, che nome? Doveva inventarsi qualcosa.
Dopo averci pensato un po’, disse: “Nessuno grazie”.
“Come nessuno?” – domandò stupita la ragazza.
“Ma si, nessuno. Sa, lui lavora tanto, ed è un grosso personaggio, molto in vista qui in città. Allora ha deciso di fare un regalo a tutti gli invitati: il suo autografo sulle partecipazioni. Per i regali faremo arrivare tutto al mio indirizzo, ognuno potrà dare quello che vuole, se vuole. Non ci piaceva l’idea della lista nozze e del bigliettino all’interno dell’invito … è molto kitch”.
“Ah, va bene, se è così … però, mi scusi per la curiosità, ma come farete col comune e con la chiesa? Lì il nome dovete indicarlo per forza, ci sono dei documenti da firmare, il corso prematrimoniale da frequentare … non sarà semplice evitare l’ostacolo”.
“Eh si, non è stato semplice, ma abbiamo spiegato le nostre ragioni e ci sono venuti incontro. Abbiamo utilizzato uno pseudonimo, sa, per i giornalisti, con l’indicazione ai soli uffici addetti del vero nome, ma tutelando la nostra privacy. Quanto al corso prematrimoniale, beh, da quello non ci siamo potuti esimere, ma l’abbiamo frequentato in forma privata”.
Dopo aver accommiatato la commerciante, Jenny esclamò: “Cavolo! Ha ragione! E adesso, come faccio?”. Pensa e ripensa, le venne un’idea.
Il giorno successivo si recò al comune, con tanto di delega per gli atti matrimoniali da parte dello sposo.
“Non sono sicuro che si possa fare!” – le rispose l’impiegato – “Al più, potete scegliere una data per voi più comoda”.
“Lei dice? Io sostengo il contrario. La delega vale per apporre firme al posto di altri, giusto?”.
“Certamente”.
“Gli atti matrimoniali sono dei documenti dove ci vuole la firma di entrambi, giusto?”.
“Giustissimo”.
“E allora vede che è semplice? Su, mi dia quei fogli”.
L’impiegato, di fronte ad una logica così ferrea, rimase sbalordito e non riuscì a dire di no, salvo poi prendersi una bella lavata di testa dal suo capo, ma, ormai, Jenny aveva ottenuto il suo obiettivo: raggirare l’ostacolo.
Lo stesso stratagemma usò in chiesa, ma ebbe molta più difficoltà. Già si sentiva in colpa varcando la navata centrale.
Le restava un’ultima cosa da fare: procurarsi lo sposo.
Ed eccoci all’inizio della storia.
“Sono certa che funzionerà. Qualcuno sarà così pazzo da presentarsi, ed io sceglierò. E se proprio non dovesse venire nessuno, reciterò la parte dell’abbandonata. In ogni caso, smetteranno tutti di dirmi sempre la loro e di criticarmi, almeno mi lasceranno in pace!”.
Giunse, finalmente, il tanto sospirato giorno: fotografo, parrucchiere, estetista, erano tutti per lei. La consegna del vestito, del bouquet, degli accessori, quale non fu la sua gioia e quale la sua maestria nel dirigere il gioco.
I genitori, da quando ebbero la partecipazione, non dissero più nulla, erano troppo scioccati. Il padre, più che altro, era triste: “La mia piccola Jenny” – sospirava – “E nemmeno lo conosco questo … ed erano fidanzati!”. La madre no, era scioccata, ma beata: “Finalmente si sposa, si!”.
Gli invitati avevano già formato il corteo giù, per accompagnarla in chiesa, mancava solo la suocera, ma lei la giustificò, adducendo come scusa la sua anzianità e sostenendo che per lei sarebbe stato meno faticoso attenderla in cappella.
L’autista, facendola accomodare in auto, bella come non mai, le lesse una particolare emozione sul volto e le domandò: “Paura?”.
“Un po’. Temo di non trovare nessuno”.
“E perché non dovrebbe sposarla suo marito? È così bella!”.
“La ringrazio, ma …” – si interruppe, perché a quel punto salì il padre in macchina con lei e i due tacquero.
Arrivata in chiesa, notò un po’ di tafferugli tra invitati, prete e … sposi! Incredibile a dirsi, avevano risposto in venti al suo annuncio.
“Nooo! Non ci credo! Ha funzionato!” – esclamò stupefatta, uscendo dalla macchina.
“Ma che succede?” – domandò il padre.
“E lei che temeva di non trovare nessuno!” – replicò divertito l’autista.
“Insomma, vuoi spiegarci che succede? E chi siete voi?” – chiese la mamma, appena arrivata con un’altra auto.
“Come chi siamo? Lo sposo, no?” – ribatté uno di quelli.
“Io … non capisco …” – rispose la mamma, quasi svenuta.
“Forse ce lo vorrà spiegare la sposa cosa ha combinato” – intervenne il prete, guardandola con un’espressione esortativa e quasi di rimprovero, meglio, di disappunto.
“E sia! È arrivato il momento. Marcia nuziale, prego!” – rivolgendosi all’organista, che la accontentò prontamente. Il padre non capiva, ma la cosa gli piaceva, per cui assecondò la figlia.
Arrivata all’altare, scostò il velo, si risistemò un attimo, si fece passare il microfono ed iniziò a dire: “ Intanto, grazie a tutti per essere venuti al mio matrimonio, un sacramento che desideravo, in cui credo e che mi ha tanto ferita per colpa vostra!”.
A questo punto il brusio fra i convenuti fu inevitabile.
“È inutile che brontoliate! È vero! Non avete fatto altro che assillarmi, provare pena per me, rivolgermi tante battute e frasi fatte e, in alcuni casi, compiacervi del male procuratomi appositamente. Per cui, questo ve lo siete ampiamente meritato. Vi ho dimostrato che giocarvi è facilissimo, trovare uno sposo altrettanto. È trovare la persona della vita che è diverso e più difficile”.
“Ma come si permette! Ha fatto bene Dick a lasciarla”.
“Lei stia zitta, ché si è sempre messa in mezzo! Voi siete innamorati dell’idea della sistemazione e della cerimonia, ma non pensate e non apprezzate il vero valore del matrimonio. È vero, ho messo in piedi una farsa e tutta a mie spese e forse Dio mi punirà per questo, ma, oggi, io mi sposo veramente”.
“È impazzita poverina” – si sentiva sussurrare.
“Seduti, prego!” – rivolgendosi al pubblico, mentre il prete l’ascoltava attentamente e percepiva un cuore duramente provato e ferito, ma anche l’esistenza di veri valori e di un coraggio da leoni. L’autista l’ammirava più di prima.
“Voi, venite avanti” – invitando i ragazzi che avevano risposto all’annuncio ad avanzare verso l’altare.
Li passò accuratamente in rassegna, guardandoli soprattutto negli occhi, stringendo loro la mano, ma nessuno di questi le parve sincero. Mentre li riguardava, si udì una voce dal fondo chiedere: “Sono ancora in tempo per sposarmi?”.
A Jenny arrivò un non so che di familiare, quasi conoscesse quella voce e annuì con la testa.
Lui avanzò, alto, bello, aveva soprattutto fascino e la guardava in modo diverso dagli altri.
“Scelgo lui!” – disse lei agli altri, che se ne andarono brontolando e lamentandosi.
“Finalmente ti sei decisa a venire a vivere con me! È da quando avevi sedici anni che te lo chiedo. Eri troppo piccola, lo so, ed io troppo impaziente. Poi ho perso le tue tracce convinto che, bella e intelligente come sei, fossi già occupata e che ormai ti avessi persa. E invece, eccoti qui, bella come sempre, oggi più di prima e cresciuta. Mi vuoi sposare?” – le chiese inginocchiandosi, mentre qualcuno fra gli invitati piangeva.
“Ora ho capito chi sei! James! O mio Dio!”
“Signorina!” – bofonchiò il sacerdote – “Non si dice!”.
“Ha ragione! Le chiedo scusa. Chiedo scusa a tutti”.
Poi, rivolgendosi a lui: “Anche io pensavo la stessa cosa di te. Ma … come hai fatto a trovarmi?”.
“Mi hai chiamato con questo” – mostrandole il giornale – “O meglio, ricordi il nostro amico in comune, che ho ospitato a casa mia fintanto che si è sistemato? Ecco, è lui che ha letto quell’annuncio e lo ha tanto divertito che me lo ha mostrato. Ho avuto come un certo non so che l leggendolo, come se dovessi essere qui oggi, e sai che non è da me fare certe cose. E ho avuto ragione. Eri tu a chiamarmi. Te lo richiedo: vuoi sposarmi?”.
“Si” – con le lacrime agli occhi, ma anche con un grande e luminoso sorriso dipinto sul volto, mentre gli si gettava incontro con le braccia al collo (ormai si era rialzato) – “Si, cento, mille volte si!”.
L’applauso e la commozione furono generali, anche il prete piangeva di nascosto. L’autista era il più divertito di tutti. Ormai Jenny era la sua eroina!
“E allora celebriamolo questo matrimonio! Che aspettiamo?”.
“Siiii! Mia figlia è veramente grande!” – urlò dalla gioia il padre.
“È pazza!” – sussurrò la madre, portandosi la mano alla fronte.
Invasi e sommersi dalla pioggia di riso, petali e bigliettini, palloncini, i due sposi uscirono dalla chiesa uniti per sempre e lui volle portarla in braccio, come già fece in passato per altri motivi, fino all’auto che li avrebbe condotti al ristorante e poi alla suite.
E furono veramente felici per sempre.

Fine
Ogni riferimento a fatti, persone, situazioni, avvenimenti, è puramente casuale

Gabriella De Carlo

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