È stata inaugurata la scorsa domenica sera, 15 Luglio 2012,  a Specchia, nelle stanze di Palazzo Risolo in Piazza del Popolo, la Rassegna “I Colori del Salento – Forme e Emozioni”, con le opere di 3 artisti specchiesi: Luigia Pattocchio, Laura Petracca e Luigi Scarcia curata dal critico d’arte Pompea Vergaro.

I luoghi, sede della storia e, in questi giorni, Palazzo Risolo, hanno spalancato le porte all’Arte Contemporanea, perchè oggi l’arte è di tutti e appartiene a tutti.

Per otto giorni, le opere di tre artisti, che vivono i respiri del Salento e, in particolare, di Specchia, gradevole borgo appollaiato su una collina, sosteranno negli spazi  del cinquecentesco Castello che domina il borgo antico tra stradine, corti, scalinate, cortili e portoni barocchi. Le stanze sono, dunque, divenute la sede privilegiata de “I colori del Salento – Forme e Emozioni”.

La rassegna d’Arte rimarrà aperta al pubblico presso le sale di Palazzo Risolo fino a domenica 22 luglio, ogni giorno dalle ore 18.00 alle 24.00.

La serata della inaugurazione si è svolta in  due momenti: si è aperta alle ore 21.00, presso l’ampio cortile di Castello  Risolo con una breve e interessante conversazione alla quale sono intervenuti il sindaco di Specchia, Antonio Biasco per i saluti, Antonio Penna, Storico di Specchia e il Sociologo Gianfranco Esposito. Ha coordinato il giornalista Maurizio Antonazzo.

L’arpista Rebecca Cappilli ha aperto la serata con un romantico brano musicale. Le conversazioni hanno catturato un attentissimo e folto pubblico tra turisti e specchiesi, durante le quali i relatori hanno sottolineato non solo le qualità pittoriche degli artisti, ma anche l’importanza che riveste la storia e la cultura e il valore dello stare insieme.

Nella seconda parte è intervenuta la Dott.ssa Pompea Vergaro in qualità di curatrice della rassegna e di critico d’arte che, accompagnata da  Maurizio Tranne che ha interpretato alcuni testi poetici dedicati alle opere degli artisti, alcuni dei quali composti dagli stessi, ha invitato il pubblico a percorrere un viaggio tra le opere allestite al primo piano del Castello.

All’introduzione al percorso il critico ha voluto sottolineare i percorsi e le esperienze differenti dei tre artisti, ognuno con una vita del tutto personale, ma con una passione che li accomuna e che li ha catturati e stregati, l’Arte, facendone e divenendone lo scopo della loro esistenza.

«Luigia Pattocchi, Luigi Scarcia e  Laura Petracca possono essere considerati dei paesaggisti, anche se le loro opere non sono semplici  paesaggi della natura, perchè, indubbiamente,  sono paesaggi dell’anima; la loro è una pittura che scava, che segna tra  spazi carichi di attese e di forte emozioni, tra gioia e dolore, nostalgia e rabbia e  fiducia tanta fiducia. Sono artisti che apprezzano i paesaggi dietro casa che li han visti nascere e crescere, per questo i loro soggetti sembrano  essere quasi una scelta obbligata e imprescindibile, evocando  momenti  vissuti con grande intensità» – ha spiegato Pompea Vergaro.

In realtà quale è il loro segreto? «Non vi sono segreti: – ha aggiunto Pompea Vergaro – semplicemente le opere sgorgano da un viscerale amore per la propria terra»

Prima di cominciare il breve  viaggio, Maurizio Tranne, sulle corde dell’arpa, ha regalato al pubblico un estratto di alcuni versi del poeta Vittorio Bodini:

…Tu non conosci il sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia di un dado.
…Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
… E … qui non vorrei vivere dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
…la tazza di caffé, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d’un lento carro,
siepe di fichi d’India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto…

Raggiunte le scale e, quindi, le antiche sale del Castello ha preso inizio la “passeggiata emozionale” tra le opere di Luigia Pattocchio. La sua è un’arte che “scava tra le pieghe del colore per narrare la propria esistenza”. L’artista,  per narrare, «chiude il mondo dove vive fuori dalla porta di casa – continua il critico d’arte – e qui comincia il suo viaggio tra pennelli, spatole, tele e colori, tripudi di colori. Irruenti, sovrastanti, lussureggianti. Per raccontare intimamente attraverso la pittura, la sua esistenza stretta tra la natura e il  suo borgo, perché è nelle radici della storia, della sua storia che risiede il futuro».

Luigia Pattocchio nasce a Gallipoli, ma è di Presicce  e da molti anni vive e opera a Specchia. Autodidatta, ha fatto della pittura lo scopo della sua esistenza. Tanti i riconoscimenti e gli apprezzamenti della critica. Ha partecipato a personali e collettive locali , nazionali. É nell’enciclopedia di Arte Moderna e Contemporanea, nel catalogo  Artisti  Moderni  e Contemporanei  e su molte riviste di Arte. Ha pubblicato una raccolta poetica “Il mio cielo”.

Olii  tele e versi, questi gli ingredienti della vita di Luigia Pattocchio. E colori puri, forti   dove la vita reale si sviluppa tra la campagna salentina e i luoghi cittadini.

«Narrano una quotidianità antica che ancora si respira nelle case, una sorta di nostalgia di un mondo che non è più, di una infanzia che non tornerà, ma che è presente  nei respiri quotidiani. Cromie fosforescenti tratteggiano bagliori di una terra silenziosa e battuta dai venti che giungono  da due mari, così diversi e così vicini: il paesaggio marino è  sorretto da un cielo vibrante e un mare incontenibile che si compenetrano; ampie campiture si traducono in composizioni di fiori e campagne solitarie dove sapientemente  è passata la mano e la fatica  dell’uomo. 
Larghe pennellate e cura del dettaglio, a punta di pennello o di spatola, sono i mezzi che utilizza, ma Luigia  Pattocchio, quando questi strumenti  la limitano, impasta le mani tra i colori: ed ecco la scomposizione della luce che offre originali e sorprendenti effetti cromatici in un caleidoscopio di fiori o un cielo materico e dinamico.
Un omaggio lo offre alle calle, fiore  solitario, emblema di bellezza semplice e raffinata. Con le nature morte esplora il modo in cui i luoghi si soggettivizzano tra frutta e fiori della sua terra che coglie e assapora come il melograno e i grappoli d’uva accanto a piccoli mazzi di fiori e una caraffa con bicchieri in creta a testimoniare un’arte antica che ancora sopravvive.

I paesaggi  urbani costituiscono un percorso artistico ben definito, sostenuti soprattutto dalla luce che narra silenziose  e misteriose atmosfere dove forte è la relazione e la condivisione con il territorio. Ed ecco scorci della sua Presicce e di Specchia, cortili, vicoli senza uscita, balconi fioriti e un barocco semplice, non prorompente, una sorta di cromatismi monocolori e ovattati anche se con tratteggi ben delineati. Tra quelle vie silenziose non vi è passo d’uomo, anche se tutto fa presagire il suo passaggio nei balconi fioriti e la roba stesa in un cortile.
Il suo fare artistico segna anche un percorso figurativo perchè vive appieno e profondamente la quotidianità: un enorme trittico dedicato a Giovanni Paolo II che si trasfigura in una gestualità struggente dal quale traspare un profondo senso religioso accanto al quale sostare e meditare.

Straordinaria è la libertà di colore di questa artista. È nell’arte che cerca gli equilibri rompendo, a volte, gli stessi equilibri spaziali quando  la natura è proposta in dimensioni quasi esagerate e i  fiori paiono vogliano uscire dalla tela. Luigia possiede una abile gestualità controllata dal silenzio che è la sua essenza. Poche le ombre nelle sue opere, anzi gli spazi sono privi di ombre e di sfumature, perchè è così che concepisce la propria esistenza: tutto deve avvenire alla luce del sole e in silenzio!» (Pompea Vergaro)

Il percorso si è chiuso con la voce di Maurizio Tranne, sui versi di “Penso…”:

…Ed io piccola, muta, avvolta dal mio 
amico silenzio…
penso, ripenso…
penso, ripenso

Ed il “viaggio” è continuato, tra le stanze del castello, tra le opere di  Luigi Scarcia, l’artista per il quale “il tempo può attendere”.

Egli  vive e opera a Specchia. Autodidatta, una ricchissima produzione artistica. Tante le personali e le collettive a livello locale nazionale e internazionale, molti i riconoscimenti e i premi, è inserito tra gli artisti dell’Arte Contemporanea nel catalogo internazionale d’Arte Moderna. Si è classificato I premio per la pittura floreale a La Spezia.

«L’artista si aggrappa totalmente al colore per trasmettere magiche atmosfere: disegna e ridisegna i paesaggi, per farli suoi, ogni volta di più, in un processo di penetrazione e conquista in perenne evoluzione. Egli possiede un proprio segno che viene sottolineato proprio in questo percorso che si propone con paesaggi tra impressionismo, figurativo e informale, in un clima surreale e, a volte, naif.

Gli scorci cittadini ci donano i colori della nostalgia dai segni delicati. Il vecchio casolare, i mandorli in fiore, le distese di fiori selvatici su cui posare i propri passi e i pensieri dove non vi sono passi d’uomo. L’artista è sempre  solo con la natura, è qui che trova sostegno e forza.

Egli ama sperimentare i materiali e i supporti, perchè quando è con la sua arte il tempo non esiste.
Abile la stesura materica e la ricerca della trama e del tessuto in assemblaggi di juta, spago, canapa tela di lino. Propone opere con cornici semplici e ingegnose che realizza egli stesso in riusciti assemblaggi tra intonaco e  legno marino, perché egli possiede anche  “l’arte del fare”.

Lungo le opere il pennello si vede e non si vede, perché spesso il colore è graffiato con le dita tanto da proporci, a volte, dei bassorilievi. La pittura di Scarcia è un costante vivere dentro la natura, giorno dopo giorno, dove non esistono giochi di contrasti come ne i “Girasoli” dove tutto è vissuto senza contraddizioni.
La figura femminile ha un ruolo importante nel fare artistico di Luigi Scàrcia. I tronchi dei suoi ulivi assumono nuove forme e divengono corpi femminili, si umanizzano vivendo le nostre stesse emozioni. La donna è madre protettrice, madre  procreatrice, ma anche matrigna quando scrive in alcuni suoi pensieri:“terra amara, dolce e sublime”» (Pompea Vergaro).

Alle sue opere dedica dei pensieri, come se l’opera pittorica non gli bastasse, cercando, appunto, sostegno nella scrittura. Maurizio Panne ha letto i versi “La natura e la donna”:

…Ulivi contorti
modellati 
dalle mani del tempi
che mi raccontano 
della donna …

A fine percorso un piccolo “pensiero” sull’opera “Germogli”, nella quale “due poderosi tronchi recisi, uno accanto all’altro, sembravano morti, ma un virgulto era già nato e si ergeva vigoroso verso il cielo, a testimoniare che la speranza non abbandona mai l’artista”.

Il Salento è una terra che non ammette mezze misure ed  è così che Luigi Scarcia vive la propria vita e la propria arte, senza mezze misure.

Così, insieme al pubblico che si stringeva interessato e incuriosito accanto alle opere, si è concluso il percorso lungo le opere di  Laura Petracca, “l’artista  che  rilegge la natura per sciogliere tutti i nodi dell’ esistenza”. Ella  quest’anno celebra i 30 anni che racchiudono la sua vita artistica iniziata nel 1982. Formatasi presso l’ Accademia di Belle Arti di Lecce, oggi è docente presso l’Istituto Polo Professionale “don Tonino Bello” di Tricase (LE) nell’indirizzo “Abbigliamento e Moda” “Disegno e Storia della Moda e del Costume”. Tante le mostre personali e le collettive a livello locale nazionale e internazionale; troviamo le sue opere su riviste d’arte accreditate. Ha avuto molti riconoscimenti, come “Premio Nobel dell’Arte”, “Mercurio d’oro”, “Una vita per la cultura” e il “Premio Oscar dell’arte alla carriera”. Ultima fatica la partecipazione alla  II Biennale “Città di Lecce” nel maggio scorso, presso il Castello Carlo V di Lecce.

La mostra rappresenta un’occasione imperdibile per far conoscere la vibrante sensibilità che traspira dal suo fare arte, arte che dura da 30 anni tra pittura su tela, su stoffa, su vetro, in  un caleidoscopio di informali, astratti e paesaggi. «È un artista in ascolto della natura – ha esordito il critico d’arte Pompea Vergaro – che al pari dei grandi artisti impressionisti, da cui la sua poetica e la sua pittura traggono sovente ispirazione, dipinge en plen air per “capire e carpire” il vero con linee e colori, con un centro che si spande, dove anima e natura si uniscono comunicando tra loro vicendevolmente, in tratti e segni decisi dai quali emerge  la consistenza materica del colore che cattura e ammalia lo sguardo dello spettatore invitandolo a indugiare e a sostare».

«La cifra stilistica di Laura Petracca – ha continuato il critico- è andata sempre più perfezionandosi lungo gli anni raggiungendo equilibri spaziali e cromatici di grande rilievo. Ella  possiede una forza espressiva, ottenuta mediante i mezzi elementari di colori e di forme sulle orme di Kandisky dove la pittura è uno spartito musicale e ogni cromia ha un significato simbolico.

 Le architetture dell’artista  narrano armoniose geometrie con un omaggio al movimento Futurista al quale è strettamente e affettuosamente legata e che ritroviamo nei lavori artistici realizzati su vetro: un percorso dove le forme floreali acquisiscono un significato metaforico con legami allo stile dell’arte giapponese e orientaleggiante, tra Art Deco e stile liberty che ha visto un esponente significativo in Gustave Klimt.

Ogni segno, ogni gesto di Laura Petracca mira alla  perfezione in abili giochi di  incastri. Tornando sempre al Futurismo, oltre alle opere realizzate in omaggio a questa corrente, la tecnica di Laura si rifà  al divisionismo e al puntinismo nato in Francia: da lontano tutto si unifica, mentre, quando ci avviciniamo all’opera ne cogliamo tutti i particolari. Una tecnica consona alla sua arte e alla sua vita, perchè è così che vorrebbe vivere l’artista: ogni cosa dovrebbe essere  al suo posto, dove tutto è assoluto e palpabile come i suoi paesaggi e i suoi fiori e l’opera  “Dolce Risveglio”».

Rivolge un omaggio  all’artista  Fortunato Depero –  il quale  aveva preannunziato, agli inizi del secolo scorso, che “L’arte dell’avvenire sarà potentemente pubblicitaria” – e a Renè Magritte. Traspare, da queste opere, un forte legame col passato il quale costituisce una forza che la sostiene, trova vigore dal quale attingere. Non manca un omaggio alla sua Specchia, “non solo un amore per la sua terra e le sue radici”, come ha ricordato più volte Pompea Vergaro, “ma una sorta di riconoscenza”.

«L’artista mostra la sua ecletticità con gli abiti dipinti e le grafiche. Laura Petracca è inarrestabile!»

E un percorso significativo è  dedicato all’ “albero solitario”: le opere si alternano in monocromi tra i verdi, gli aranci e i blu, “ogni cosa è al suo posto, tutto è perfetto, ma non dura, perché basterebbe un temporale e un acquazzone per  rompere gli equilibri, ma questo all’artista non importa” – afferma Pompea Vergaro.

“L’albero della vita” è la sua ultima produzione che chiude il cerchio: qui il macrocosmo, ossia l’Universo, e il microcosmo, l’Essere Umano, si incontrano. “Un armonioso albero dalla folta chioma si erge  in primo piano, intorno tutto è silenzio, ma vivo e morbido” (Pompea Vergaro).

E  se ci chiedessimo: chi è quell’albero solitario? La risposta ci giungerebbe dai versi della poetessa Pina Petracca che ha saputo coglierne le essenze e le atmosfere più intime. E prova a dircelo, con la poesia  “Battito D’ali”, sulla voce di Maurizio Tranne:

…e forte
mi farà sentire 
quanto profonde 
siano le mie radici
in questa terra…
se pur in una valle
di esili fiori
e fili d’erba…

«Il viaggio lungo le stanze di Castello Risolo  di Specchia si è rivelato  piacevole e, potrei dire,  molto singolare e impegnativo – ha dichiarato il critico d’arte, al termine del “viaggio emozionale” tra le opere degli artisti. Ma si sa – ha aggiunto – che ogni esperienza è unica e irripetibile  e tale è stata la Rassegna “I colori del Salento-Forme e Emozioni”. Attraverso la personalità degli artisti sia dal punto di vista umano sia artistico, ho percepito il vero Salento: quello  silenzioso e non visibile e piuttosto carico di mistero di Luigia Pattocchio e Luigi Scarcia e quello  prorompente e vibrante di Laura Petracca».

In chiusura della serata il critico ha, poi, narrato una leggenda dedicata al Salento: “Il buon Dio alla fine della creazione si ritrovò nella bisaccia il mare più blu, il sole più splendente, una verdeggiante natura, scogliere alte e imponenti, lunghe spiagge sabbiose, muri a secco, specchie, dolmen e menhir, grotte e insenature e piante e animali, e colori, soprattutto colori. Per non sprecare quelle meraviglie,  aprì  il sacco e lo svuotò sulla terra. Era nato il Salento”.

A cura di Pamela Pinto