{youtube width=”400″ height=”300″}NL0trFpyxOA{/youtube}

Vent’ anni fa, il 19 luglio 1992, furono uccisi Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Walter Eddie Cosina, nella strage di via D’Amelio a Palermo.

 

57 giorni  dopo la strage di Capaci, un’autobomba mette fine ad un altro giudice nemico di Cosa nostra, ad un servitore dello Stato che scelse di onorare il suo lavoro fino alla fine, ben consapevole di essere un uomo braccato e che il suo tempo volgeva al termine. Dopo la morte del Giudice Falcone, lo Stato era in ginocchio, al coraggioso magistrato, titolare delle più importanti e delicate inchieste di Mafia, non restava altro che arrendersi o reagire, lasciar perdere o combattere una guerra a Cosa Nostra che lo avrebbe portato a diventare un martire.

Era lui, il primo a conoscere questa verità, come dichiarò nell’ ultima intervista televisiva rilasciata a Lamberto Sposini, per il tg5, venti giorni prima di morire:  “Io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985. Mi disse: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”. Io ho sempre accettato il rischio, la condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che o finanche, vorrei dire, dalla certezza che tutto questo può costarci caro.”

Questo era Paolo Borsellino! Non si è mai arreso, non si è mai tirato indietro, è andato avanti fino alla fine. Quando morì, avevo appena terminato il liceo, non lo conoscevo, ma l’ho conosciuto da morto, come tanti altri, l’ho conosciuto grazie all’eredità che ci ha lasciato, alle sue virtù, al suo amore per il prossimo, a tutto quello che ha fatto nella sua eroica vita, anche perché chi vive come ha fatto Paolo Borsellino, in fondo non muore mai. Una figura indimenticabile nella lotta alla Mafia, un uomo che ha sacrificato la propria vita in nome di tutti gli italiani onesti, il simbolo stesso della Giustizia, un modello da seguire e da imitare. Questo ricorderanno per sempre le future generazioni.  Il suo impegno e l’amore per la Giustizia, l’onestà e il coraggio, il sacrificio di Paolo e dei suoi ragazzi per tutti noi.

Dario De Carlo

loading...

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

13 + due =