Gabriele Torsello con il suo “Afghanistan Camera Oscura” sarà a Specchia questa sera alle 21.00 nell’ambito della seconda edizione di “Coincidentia Oppositorum… Sguardi sulle arti”, a cura di Deborah De Blasi, presentato dal Professor Carlo Franza.

Scrive Carlo Franza nel testo: “Cinque anni di lavoro e di indagini per concludere e pubblicare Afghanistan  Camera Oscura,il libro fotogiornalistico di Kash Gabriele Torsello. 320 pagine di racconto fitto ,fotografie ,interviste e testimonianze. Tutto parte dal 2001 e prosegue fino al 2006 quando Gabriele Torsello viene rapito in Afghanistan dai Taliban , incatenato e, infine, dopo lunghe trattative dello Stato Italiano,liberato e consegnato a un uomo di Emergency.La vicenda ha mille risvolti,chiariti e non, ha mille finestre aperte su un mondo molto lontano dalla cultura occidentale,e con Torsello in prima persona a raccontare ecco un risvolto della vicenda,triste, dolorosa, storica e antropologica.  A corredo degli scritti ecco le immagini che raccontano visivamente il lavoro fotografico di Gabriele Torsello. Una spiccata aderenza alla realtà, nel senso di una relazione tra l’uomo e il mondo, tra la vita umana e la vita relazionale di cose e oggetti, è quanto si legge nell’arte fotografica di Gabriele Torsello. Giramondo, sociologo ante litteram, fotoreporter di graffiante sensibilità, capace come pochi di catturare attraverso l’apparecchio fotografico la vita in tutta la sua complessità. Gabriele Torsello scopre e non inventa, va alla ricerca dell’istante, di quell’attimo che si relaziona con figure  e oggetti. Ma questa istantaneità  non significa spezzettamento, un insieme di fotogrammi disarticolati, quanto quel senso di ritmo evoluzionistico, quello slancio vitale delle forme che posiziona la realtà lungo un divenire intellegibile. Ecco allora il senso documentale di questo reportage proprio  sull’Afghanistan, prezioso, anzi preziosissimo, perché da questo diario carovaniero Gabriele Torsello  etichetta la sua operazione come “fotografia sociale” portando ancora una volta, come Lewis  W. Hine, la fotografia a porgersi come un’arma nella lotta per il miglioramento delle condizioni di vita di un popolo  carico di storia. E’ cosi che si muove con immagini allucinanti,a porgerci la conoscenza di quella che “dicono sia esistenza”.

Sguardi e volti duri, usi, costumi, guerre e disabilità, occupazioni e resistenze, lande sconfinate e letture del Corano, volti velati, e mille altre testimonianze visive, lontane da ogni artificiosità fotografica. Esiste quasi una integrazione fisica tra Torsello-fotografo e la macchina fotografica, tanto che quest’ultima   diventa una vera  prosecuzione delle virtualità sensoriali dell’uomo, portandosi verso uno stile, un procedere in quest’arte. Dalle immagini si percepisce il tutto come un racconto, un libro aperto, un mondo pieno di eventi quotidiani, talvolta banali, talaltre no, ma sufficienti a significarci quella vita descritta -anche se lontana da noi occidentali – in tutta la sua complessità. Gabriele Torsello ci fornisce delle note a un mondo schiacciato, anzi una lettura aperta del mondo afghano; tutto poggia sul momento decisivo, sul criterio della istantaneità, nel cogliere l’attimo in punta di piedi, nel cogliere il soggetto come “vittima” dopo averlo pazientemente avvicinato fino al momento più adatto e più opportuno.

Eccolo, dunque, Gabriele Torsello, testimone acuto, artista rigoroso, non s’è lasciato sfuggire niente delle cose che hanno contato durante il suo viaggio faticosissimo in Afghanistan. E’ andato incontro alla storia  ed ha lasciato venirgli incontro i volti familiari”.

 

 

 

 

 

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