“L’Italia è fatta, facciamo gli italiani!” E’ questa una delle frasi attribuite a Giuseppe Garibaldi all’indomani dell’invasione non dichiarata del Regno delle Due Sicilie. In realtà non sappiamo di certo se “l’eroe dei due mondi” abbia mai pronunciato siffatta frase ma, nell’ipotesi in cui ciò fosse avvenuto, questa proposizione

conteneva un errore di fondo poiché la nazione Italia non era affatto nata, anzi si era creata una netta frattura, tale da rendere sempre più difficile se non impossibile il processo di omogeneizzazione tra culture comunque differenti. Di ciò se ne accorse ben presto lo stesso Garibaldi, che in seguito avrebbe detto: “Se si fosse saputo che le cose dovevano andare a finire così, sarebbe stato meglio lasciare tutto come prima.”
Gli abitanti dei vari stati che costituivano lo scacchiere geografico e politico della penisola italica avevano in realtà delle culture, delle tradizioni e delle credenze completamente diverse, retaggio di differenti realtà storiche. In Piemonte, ad esempio, la lingua comunemente usata non era l’italiano bensì il francese, mentre nel meridione e nel centro prevalevano i dialetti tuttora esistenti. A dire il vero recentemente il Napoletano è stato riconosciuto lingua ufficiale, anche se i media nazionali hanno data ben poco risalto alla notizia. Altre differenze sostanziali scaturivano nell’arte culinaria, nella religiosità, nelle tradizioni popolari. Da quanto asserisce, infatti, Mino Milani: “Nel 1861 gli italiani sono 22.182.000, lo dice il primo censimento del Regno, ma se nel conto entrassero anche gli irredenti, la somma salirebbe ad oltre 26 milioni. In parlamento non si fa che parlare dell’ Unità d’Italia, l’Unità è nei programmi d’ogni parte politica. Nei desideri di tutti. Ma non ancora nella realtà. Nella realtà, la stragrande maggioranza degli italiani neppure intende la propria lingua nazionale.” A parte le differenze culturali e storiche, fu principalmente l’atteggiamento dei Piemontesi nei confronti delle popolazioni conquistate a determinare l’insorgere della questione meridionale. Le premesse con cui veniva a realizzarsi l’Unità nazionale, vengono espresse molto chiaramente da Indro Montanelli e Mario Cervi: “Ma l’alba del Nuovo regno d’Italia, che accendeva le fantasie e realizzava un antico sogno, fu tutta punteggiata di freddezze, incomprensioni, meschinità: tra i Piemontesi e le conquistate terre meridionali. Come non si era inteso, nemmeno sul piano umano, con il Generale, Vittorio Emanuele non si intese neppure con il popolino napoletano. Al suo arrivo cadeva una pioggia fitta. Sotto gli ombrelli i Napoletani che assistevano al suo passaggio avevano visto la pioggia grondargli sul petto in rivoletti azzurrini, scolorendogli la barba e i baffi tinti. Quando essi cercarono di staccare i cavalli dalla carrozza per condurla a braccia, fece una scenata. Rifiutò il baciamano, qualificandolo gesto servile, e nessuno lo vide mai distribuire ai popolani buffetti sulle guance e nomignoli scherzosi come facevano i Borbone”.
Da tutto questo si nota come, non solo le usanze ma anche il modo di concepire il rispetto erano visti in maniera totalmente diversa dagli abitanti del sud della penisola in rapporto a quelli del nord.
Come logica conseguenza avvenne che, dopo breve tempo, nelle piccole strade dei rioni popolari di Napoli cominciò ad echeggiare il grido “Viva Franceschiello”, suscitando le ire del ministro degli interni, il salentino Liborio Romano, già ministro dell’ultimo Re delle Due Sicilie e successivamente passato dalla parte dei Piemontesi che, per reprimere tali focolai filo borbonici, promosse un’operazione di polizia nelle cui file, i sabaudi stessi scoprirono con estremo disgusto, erano stati arruolati i caporioni della camorra. Ritornando ancora a quanto affermano Montanelli e Cervi: “Cavour venne avvertito che quanto prima il re fosse tornato a Torino, tanto meglio sarebbe stato per tutti. Farini era sconfortato da quel che vedeva: ‘Altro che Italia! Questa è Africa. I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile’.  Era con questo animo che i fratelli del nord si disponevano all’integrazione con quelli del sud”. Ancora, secondo Pier Giusto Jaeger, a proposito del Farini: “Egli usa espressioni come ‘Affrica’ e ‘beduini’, anticipando i peggiori luoghi comuni dell’antipatia settentrionale per gli uomini del sud”.
Su queste basi, dunque, andava creandosi il nuovo Stato, e le conseguenze di ciò, sono ancora sotto gli occhi di tutti
Cosimo Enrico Marseglia

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