La pittura di Giotto di Bondone, (Vespignano, 1267 – circa – Firenze, 8 gennaio 1337), pittore ed architetto italiano, denotò per i suoi contemporanei una vera e propria rivoluzione, infatti prima di lui, in Italia imperava un modo di dipingere del tutto improntato alla Scuola Bizantina.

Quest’ultima, sviluppatasi a Costantinopoli, presso la corte imperiale, riassumeva in sé l’incontro-scontro delle civiltà barbariche con quella romana.
Univa, cioè, alla radicata tradizione romana di adoperare l’arte solo ed esclusivamente per magnificare ed esaltare i potenti ed omaggiare la divinità, rudimentalità e semplicità dei barbari con i ripetitivi motivi del cosiddetto orror vacui ereditati dall’arte di pura ispirazione cristiana. La tecnica dei grandi artisti ed artigiani della Roma classica viene così dimenticata e travolta dagli invasori.
Nelle rappresentazioni pittoriche scompaiono le raffinate tecniche prospettiche e la capacità di esprimere armonicità  ed elasticità dell’epoca classica; mentre l’affermarsi di un cattolicesimo decisamente oscurantista frena ogni tentativo di riappropriarsi degli antichi splendori. Le composizioni pittoriche o scultoree si limitano particolarmente a rappresentare oggettivamente personaggi o eventi in maniera essenziale, eliminando tutti i fronzoli, gli abbellimenti e comunque tutto ciò potesse essere connotato come una concessione al peccato di vanità.
Le figure, così, si appiattiscono, spogliandosi di ciascun movimento collocandosi su sfondi monocromatici o fittamente dipinti con motivi geometrici ed i colori perdono spessore, assumendo la purezza necessaria, privi di chiaroscuri e variazioni di tonalità. L’unica concessione all’importanza o alla sacralità dell’avvenimento o della persona rappresentata è la colorazione vivace degli abiti con l’uso di una patina d’oro per questi ultimi e lo sfondo.
Giotto, da autodidatta, riesce brillantemente a staccarsi da questi schemi fissi, seguiti con passività in tutta la penisola, recuperando alla pittura dimensione spaziale, “pathos” ed umanità.
I chiaroscuri, le tonalità, il panneggio degli abiti, come  il saio di San Francesco dipinto nella Basilica in Assisi, offrono volume, corporeità ai personaggi, alle cose ed ai vegetali.  L’artista, infatti, non colloca più le figure umane su sfondi monocromatici, rappresentando la natura in tutta la sua bellezza.
I personaggi, quindi, non sono più come sospesi nel vuoto, ma si collocano abilmente nello spazio con il loro corpo, vivendo in un mondo luminoso e vario. L’immobilismo bizantino viene così superato a tutto vantaggio di dinamismo e vitalità lì dove i personaggi da lui rappresentati, cominciano ad interagire con la realtà circostante.
Il busto chinato di San Francesco verso il basso e gli uccellini, le braccia spalancate di San Giovanni nella Cappella degli Scrovegni a Padova, i volti della Madonna e Maddalena, degli Apostoli nella stessa Cappella patavina, conferiscono alla pittura giottesca un inedito per l’epoca dinamismo e dunque una straordinaria capacità di esprimere e trasmettere sensazioni, sentimenti, dolore e gioia.
Comunque, non si deve credere che Giotto non sia affatto debitore della Scuola Bizantina. Nessuno dei suoi maestri, infatti, fra i quali annoveriamo Cimabue, si elevò per l’abilità di adoperare ed abbinare bei colori, vivaci ed armonici come Giotto e di conseguenza, ciò porta a considerare che la propria sensibilità coloristica egli l’abbia acquisita soprattutto tramite l’osservazione e lo studio dell’arte degli artisti provenienti dalla Scuola Bizantina.
“Ama l’arte; fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno”. Gustave Flaubert

 

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