“allo specchio”: guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma per conoscerci  osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

Simpatia e empatia

Mi hanno chiesto di tornare sull’empatia e ci ritorno. Ne ho già parlato a proposito della capacità di mettersi nei panni degli altri, che sostanzialmente è quello che significa. Comincio però col distinguere simpatia e empatia; c’è una sfumatura di significato che fa una differenza enorme. Se prendiamo in considerazione l’origine delle due parole, la differenza è minima e ci confondiamo; comunque riporto l’etimologia, per dovere.
Avere simpatia per qualcuno: per l’etimologia è soffrire, nel senso di sentire, emozionarsi insieme, “con” ( sin ), stare sullo stesso piano emotivo; provare empatia: per l’etimologia è soffrire “dentro” ( en), cioè essere in grado di provare la particolare condizione emotiva che sta provando l’altro.
Al di là della etimologia, e come si legge nei dizionari, avere simpatia significa avere attrazione e inclinazione istintiva verso persone o cose. Concretamente, e considerando le conseguenze, significa essere orientato affettivamente verso un’altra persona al punto che se questa persona si è comportata in un modo che in genere non accetto io sono portato a giustificarla; la simpatia dunque implica un sentire positivo verso una determinata persona in quanto si avvertono affinità che possono essere di qualsiasi tipo. Avere delle simpatie, provare simpatia per qualcuno, è molto comune, quasi di tutti; ma è un rapportarsi con l’altro un po’ superficiale: è la persona globalmente presa che ci attrae.
L’empatia riguarda invece una capacità, quella di fare propria l’emozione dell’altro e in questo modo mettersi in comunicazione con lui. Che è una conseguenza molto importante, in quanto in noi nasce con l’andar del tempo la capacità di ascoltare; quanto all’altro, egli scopre di non essere solo. Chi si è trovato in situazioni del genere sa quanto fa bene scoprire di non essere solo (…aver compagno al duol, scema la pena). 
La differenza risulta abissale se consideriamo dunque che si può provare simpatia per una persona che non ci conosce e che noi conosciamo appena, come può essere un personaggio della politica, dell’arte, dello sport eccetera; mentre l’empatia si realizza solo ed esclusivamente in un contesto comunicativo. L’empatia per forza doveva svegliare l’interesse degli psicologi, che hanno studiato le condizioni che permettono l’insorgere di un comportamento empatico.

Fino a qualche decennio fa, tra gli studiosi, prevaleva un’interpretazione dell’empatia secondo la quale alla base di tale capacità ci sarebbe la conoscenza e la comprensione delle emozioni. Oggi prevale, supportata dalle ricerche, una interpretazione secondo la quale alla base c’è invece la capacità di emozionarsi, capacità controllata in seguito dalla conoscenza. In sostanza  le indagini hanno sottolineato che il soggetto empatico è soprattutto un individuo affettivo e emotivo, uno che sperimenta  le emozioni e quindi le conosce e le comprende.
Non è di tutti avere capacità empatiche, e d’altra parte tali capacità si pongono lungo un continuo. In questo continuo ciò che varia però non è l’intensità emotiva, ma la consapevolezza di ciò che sta accadendo. Infatti in partenza c’è  – come è stato definito – il “contagio emotivo”,  caratterizzato dall’assenza di quelle conoscenze che permettono di comprendere e mediare tra la situazione nostra e quella dell’altro con il rischio di una mancanza di separazione tra sé e l’altro. Insomma ci identifichiamo in lui totalmente.
Però poi con l’esperienza si arriva a un alto grado di mediazione della conoscenza e di differenziazione tra sé e l’altro. A questo punto la persona capace di empatia è in grado pure di non identificarsi totalmente in colui che ha di fronte, in sostanza è capace di uscir fuori dalla condizione di intensa emozione che vive insieme all’altro. Se così non fosse una persona empatica, assumerebbe su di sé il male del mondo e impazzirebbe.  
Riprendendo il discorso sul “contagio emotivo”, dato che come già detto è alla base, è ovviamente tipico della prima infanzia, può ricomparire in qualsiasi età ogniqualvolta i confini tra sé e l’altro si riducono (per esempio la condizione di innamoramento), si manifesta in tutte le culture (i riti hanno lo scopo di facilitare il contagio), permette di reagire in modo automatico alle esigenze dei propri simili e degli essere viventi in generale, come quando soccorriamo cani e gatti, assai vicini a noi quanto a emotività.

Il contagio emotivo è rischioso. Io per mesi ho cercato di educare a questo primo livello di empatia un contadino che teneva il suo cane alla catena. Gli ho spiegato in tutti i modi che il cane vive le emozioni come noi, gli ho spiegato perché e come accade. Lui mi assicurava che lo liberava quando si tratteneva in campagna. Ma molto spesso, d’inverno, si tratteneva pochissimo. L’ho spiato, nascondendomi dietro le viti o mimetizzandomi con i ficodindia, l’ho osservato a lungo, perciò sono certo di quello che dico: non aveva capito o si rifiutava di capire i miei discorsi. E l’altro giorno mi sono detto: qui ci vuole il contagio forzato. Con un colpo di mano e col nastro adesivo l’ho immobilizzato. La faccio breve: ho liberato il cane, ho messo il contadino al posto del cane. 
Lo so, a volte sono duro  nelle strategie educative, ma solo quando non c’è altro da fare e comunque spiego sempre il perché… Sono consapevole del rischio che quest’uomo corre, ma mi convinco: come cane sarà migliore quanto a capacità empatiche.

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