Il Co.re. com, Comitato Regionale per le Comunicazioni è un organismo regionale e, contemporaneamente, è organo delegato dell’Agcom e referente operativo del Ministero delle comunicazioni. Gestire, governare e controllare il sistema delle comunicazioni sul territorio, questi sono i compiti del Co.re.com.

L’era del digitale, però, sta creando non pochi problemi(tecnici, giuridici ed economici): ne abbiamo discusso con il direttore del Corecom, Domenico Giotta, e con il presidente,Felice Blasi.

Direttore Domenico Giotta, cominciamo da lei, perché lei svolge un ruolo di controllo giornaliero sul sistema televisivo locale. Le televisioni locali sono in ginocchio: il digitale terrestre è stato veramente un’opportunità? L’impatto sul mondo del lavoro è stato devastante.

«Cominciamo ad affrontare questa transizione, ma qui gli imprenditori vivono alla giornata: questa è la mia idea. Il digitale era ed è una grande occasione, ma è chiaro che se uno pretende di continuare a fare la televisione che si faceva negli anni ’80, non ce la fa, muore. Se uno è riuscito ad avere la frequenza e un mux con 4 canali, che deve riempire con contenuti differenti, rischierà di morire, perché quando andranno a controllare se tu hai contenuti differenti su ogni canale, ti toglieranno tutto, se non righerai dritto, e daranno le frequenze ai gestori telefonici. Se qualcuno si attrezza affittando i canali e prendendo i soldi di quel fitto, se la può pure cavare. Con 48 mila euro all’anno ci si può affittare un canale: i prezzi li ha stabiliti il ministero. A parte pochissime eccezioni, come Telenorba (che però ora è in difficoltà, perché ha pensato troppo in grande), molte televisioni non hanno programmazioni, ma fanno imbrogli e sono destinati alla chiusura».

Mi sta dicendo che, oltre alla tabula rasa della crisi, bisogna aspettarsi anche il giro di vite del Co.re.com?

«L’Agcom dovrebbe affidarci il controllo previsto dopo sei mesi di attivazione del sistema digitale: trascorso quel periodo verificheremo che ogni canale sia stato riempito di contenuti differenti, senza trucchetti».

Intanto, alcune tv in crisi stentano già a fare i tg in diretta, in violazione della legge Mammì.

«L’obbligo dei tg resta in piedi, ma se qualcuno vuole fare la televisione di astrologia e di lotto può chiedere l’autorizzazione e l’assegnazione di un numero a pagamento. Ognuno deve scegliere il tipo di televisione che deve fare: solo se faccio informazione, però, posso accedere ai contributi e alla legge sull’editoria. Se io utilizzo il canale non per la televisione generalista, ma per fare altro(nicchie, specializzazioni, ecc.), è chiaro che, avendo canali dedicati, non troverò centomila spettatori, ma ne troverò 100 a cui vendere i miei prodotti e la mia pubblicità. Io, insomma, considero il digitale una grande occasione persa per l’incapacità di programmazione degli imprenditori, che erano abituati a percepire contributi e a vivere di televisione. Si è visto quello che è successo in Lazio: 3 milioni di euro dati per le interviste, violando completamente le leggi sulla par condicio. La stessa cosa in Emilia-Romagna. Le reti locali prima servivano tanto alla politica e la politica si è sbracata».

Presidente Felice Blasi, intanto persistono i problemi di ricezione anche nella nostra Regione. Proprio due giorni fa lei ha incontrato i responsabili Mediaset per trovare soluzioni.

«I disagi maggiori vengono segnalati per la Rai, ma questo solo perché chi paga il canone si fa sentire con le segnalazioni. In realtà, i problemi ci sono per tutti».

Quando finirà questa fase di transizione?

«In realtà dovremmo esserne già usciti, ma ci sono problemi tecnici. In diverse zone della Puglia, per problemi stagionali(alte temperature) e per la sovrapposizione di alcuni canali, continuano i disagi. Stiamo monitorando tutto: la soluzione tecnica spetterà ad altri. Noi svolgiamo una funzione di governance: stiamo coordinando i diversi soggetti del mondo dell’informazione. Nel passaggio dall’analogico al digitale siamo passati da un mondo semplice, in cui l’antennista saliva sopra al tetto e spostava l’antenna per ricevere, a un mondo diverso, ma adesso le cose sono cambiate: è necessario adeguarsi e rivolgersi ad antennisti altamente preparati, che forniscono certificazione adeguata. Nei paesi si continua a fare l’orientamento delle antenne a vista, ma non è così che si fa: il segnale arriva ovunque, ma bisogna rivolgersi a professionisti».

Ne è valsa la pena di andare sul digitale, non sarebbe stato meglio scegliere il satellitare, come hanno fatto altri paesi?

«I costi sarebbero stati gli stessi? Questo è il dubbio. Non entro nel merito delle scelte fatte dalla politica, ma la penso come il direttore: il digitale è un’opportunità. Il satellitare era già disponibile, ma i costi alti non permettevano a tutti di accedervi. Il digitale è stato un momento di democrazia, un’opportunità».

Per ora l’opportunità non si è vista. Siamo pieni di “canali archivio” e di repliche, senza parlare del “duopolio”, che permane. Poi c’è il cancro della polverizzazione delle risorse pubblicitarie e, quindi, degli introiti, con relativa diminutio della programmazione di qualità.

«Certo. Non entro nel merito del problema del duopolio, perché ci occupiamo di televisioni locali. Vigiliamo anche a livello locale per evitare le posizioni dominanti. Comunque, il Co.re.com vigilerà anche sui contenuti».

La graduatoria per la ripartizione delle risorse alle tv locali non è da cambiare? Oggi si basa sul numero di dipendenti e sul fatturato: gli imprenditori più piccoli dicono che così si finisce per ingrassare chi è già più grosso. Non sarebbe meglio trasformare questi soldi in sgravi fiscali su ogni singolo lavoratore, a prescindere dall’azienda in cui lavora?

«Sarebbe bello, ma intanto bisogna verificare se i dipendenti siano effettivi, se ci siano e se si tratta di giornalisti: invece spesso si fanno passare per giornalisti gente che non lo è».

Insomma, abbondano i “furbetti del quartierino” anche in questo campo, vero?

«Esatto. I contributi devono essere dati a chi svolge funzioni giornalistiche e questo si può fare attraverso controlli e verifiche. Oggi sappiamo che ci saranno delle sforbiciate sui contributi. Non è ancora liquidato il bando vecchio. Vedremo come sarà il nuovo bando. Al momento sappiamo che è quasi alla firma del ministro il nuovo bando, che dovrebbe uscire a ottobre. È certo che il personale in cassa integrazione non potrà essere conteggiato».

Eliana Degennaro

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