Non avrebbe provveduto al trasporto del paziente presso il pronto soccorso limitandosi ad una visita a domicilio senza che i medici, in tal modo, prendessero in consegna il caso effettuando i dovuti approfondimenti.

Con l’accusa di omicidio colposo, il gip Carlo Cazzella ha disposto che venga formulata, a cura de pubblico ministero, l’imputazione coatta nei confronti dell’infermiere, Davide Lovarello, 36enne di Brindisi, responsabile del decesso di Donato Gabellone, 57 anni, di Lecce. Il giudice ha così accolto la richiesta di opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dai famigliari del defunto, assistiti dall’avvocato Marco Pezzuto. Secondo quanto denunciato dagli stessi, il proprio parente, noto gestore di una sala giochi a Lecce, da tempo affetto d cardiopatia ipertensiva, la notte del 21 novembre del 2009, avvertì improvvisamente forti dolori al petto e una sudorazione quanto meno anomala e la moglie chiese l’intervento del 118. Il centralinista del “Vito Fazzi”, Franco Stomeo, 41enne di Lecce, inquadrò il soccorso con un “codice giallo” e sul posto giunse un’ambulanza sprovvista di medico e l’infermiere Lavarello, secondo quanto riportato nella denuncia, si limitò ad effettuare un elettrocardiogramma e a consigliare, in caso di persistenza dei disturbi, il consulto della guardia medica. La mattina successiva, i familiari decisero di portare Gabellone in ospedale, ma in breve le sue condizioni di salute si aggravarono e l’uomo, nonostante gli immediati soccorsi, morì a causa di un arresto cardiocircolatorio. Il decesso, secondo quanto riportato nel referto di pronto soccorso della mattina, sopraggiunse “per un arresto cardiocircolatorio da fibrillazione ventricolare” e il consulente del pubblico ministero, il dottore Roberto Vaglio, con un’indagine accurata e approfondita, concluse che la fibrillazione poteva essere stata generata dai sintomi avvertiti nel corso della notte. Secondo il medico legale, un normale elettrocardiogramma non consente una diagnosi in presenza di un dolore toracico dovendosi comunque effettuare esami di laboratorio più approfonditi finalizzati anche ad accertare patologie come embolie polmonari. In sostanza, secondo quanto rilevato dalla consulenza medico-legale, in assenza di un adeguato monitoraggio, il rischio di dimettere il soggetto omettendo di formulare correttamente la diagnosi di sindrome coronarica acuta è piuttosto elevato. Il consulente rileva poi come l’infermiere non si sarebbe attenuto al protocollo in uso presso l’Asl di Lecce sul dovere di informazione e sulla valutazione del “dolore toracico”, sintomo che impone, anche in base alle linee guida, un’osservazione assistita di almeno 8-12 ore. Il dottore Vaglio concludeva nella sua perizia sottolineando come sebbene non si possa stabilire con certezza se al momento de primo controllo notturno Gabellone fosse già stato colpito da una sindrome coronarica acuta e se una corretta terapia avesse comunque impedito l’arresto cardiaco, è altresì certo che l’immediato trasporto in ospedale, l’avvio del monitoraggio e la tempestiva somministrazione delle cure appropriate avrebbero offerto proficue possibilità di sopravvivenza del paziente. Il giudice Cazzella, sulla scorta della consulenza, non rileva alcun addebito nei confronti del centralinista che correttamente qualificò l’intervento con codice giallo, non altrettanto può dirsi per l’infermiere Davide Lavarello, la cui condotta, secondo il giudice, “è dunque chiaramente colposa per negligenza e imperizia e merita certamente un vaglio più rigoroso e analitico in sede dibattimentale”. Allo stesso modo, per il giudice, non si possono avanzare colpe o presunte tali nei confronti dei medici perché, sulla scorta della denuncia, l’omesso monitoraggio del paziente in ospedale, durante il lasso temporale di circa sei ore fra il soccorso in casa e il trasporto in ospedale, fu determinato esclusivamente dalla negligente condotta di Lovarello.

 

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