L’unione del Regno delle Due Sicilie e degli altri Stati in cui era divisa l’Italia al Piemonte fu, a quanto ci dice la storia ufficiale, sancita da alcuni plebisciti, con i quali il popolo avrebbe approvato a grande maggioranza la nascita della nuova Nazione. 

A proposito del plebiscito, Pier Giusto Jaeger in “Francesco II di Borbone. L’ultimo Re di Napoli” (A. Mondadori Ed., Milano, 1988)  afferma: “Questo tipo di consultazione non ha mai dato luogo, né nel secolo scorso, né nel nostro a fulgidi esempi di libertà democratica”. Si trattava infatti di un tipo di consultazione elettorale non segreta, svolta sotto palese intimidazione da parte delle autorità
Innanzitutto occorre precisare che l’intero esercito meridionale (con tale nome si intende l’esercito piemontese che si era stanziato nel sud, dopo l’incontro di Teano, e non quello dell’ex Regno delle Due Sicilie) fu ammesso in blocco alle consultazioni, compresi gli stranieri, mentre furono esclusi i repubblicani, i soldati borbonici raccolti oltre il Volturno e le bande legittimiste. Sempre secondo lo Jaeger “… si ricorse ad ogni trucco, nel voto e negli scrutini, per ottenere il risultato desiderato. Sotto il primo aspetto, ogni segretezza nell’espressione del suffragio venne rigorosamente esclusa”. Ancora: “Non più attendibili apparvero gli scrutini. Specialmente i garibaldini si erano divertiti ad andare a votare più volte, e certamente nessuno pensò di impedirlo ai galantuomini delle città di provincia, che affermavano in tal modo la loro importanza. Conseguentemente il previsto risultato schiacciante a favore dell’annessione si rivelò poco utilizzabile come strumento di propaganda. E, anche se le cose si fossero svolte in maniera più corretta, dalla maggioranza si sarebbero pur sempre dovuti togliere i quarantamila soldati che ancora si raccoglievano dietro il Volturno sotto le bandiere  col giglio di Francesco II e i ‘cafoni’ delle bande legittimiste”.
Lapidario appare anche il giudizio del pretendente francese al trono di Napoli Luciano Murat, che, oltretutto, non nutriva certo grandi simpatie verso i Borboni, per ovvii motivi: “Le urne stavano tra la corruzione e la violenza”. Di un realismo sconcertante è, invece, la testimonianza dell’ammiraglio inglese Mundy, nonostante la sua risaputa simpatia per la causa unitaria: “Chi avesse voluto dichiararsi apertamente ostile alla parola ’Italia Una’ avrebbe avuto bisogno di molto coraggio morale”.
E’ palese che una consultazione elettorale di questo genere non può assolutamente rispecchiare i reali sentimenti di un popolo.
I risultati ufficiali del plebiscito furono: nelle province continentali 1.300.000 “si” contro 10.000 “ “no”, in Sicilia 430.000 “si” contro 700 “no”. Le consultazioni negli ex territori papalini offrirono i seguenti dati: nelle Marche 133.000 “si” contro 1200 “no”, nell’Umbria 99.600 “si” contro 380 “no”. Da tali numeri scaturisce anche il fatto che, ovviamente, non tutta la popolazione fu ammessa al voto, ma soltanto quella parte nobile, borghese o comunque istruita. I contadini o  la povera gente, in genere, non aveva ancora diritto di voto.
Il plebiscito non fu dunque una consultazione a suffragio universale e questo punto così importante viene purtroppo trascurato da buona parte degli storici.

Cosimo Enrico Marseglia

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