L’era del digitale terrestre è stata presentata agli italiani  e agli addetti ai lavori come una grande opportunità. È davvero così? Sicuramente il passaggio per editori e telespettatori non è stato indolore: i primi si sono dovuti sobbarcare spese pesanti in un momento di crisi economica senza precedenti

, mentre gli utenti hanno dovuto sostenere le spese di acquisto dei decoder e, a volte, anche quelle di tecnici e antennisti specializzati.
Tanti i problemi di ricezione e tanti i disagi tra una “sintonizzazione automatica” e l’altra. Non è un segreto che una buona percentuale di famiglie, in diverse zone del sud Italia, sia rimasta “al buio”, privata delle reti locali che prima vedeva con continuità (e che ora vede a tratti), ma anche di reti nazionali come Mtv e La7. C’è chi ha problemi di ricezione anche con i canali Rai e Mediaset, a volte perché nella sua zona ci sono problemi tecnici, altre volte perché di questi tempi non ci sono molti soldi per rivolgersi a un antennista specializzato.
L’impatto sul mondo del lavoro è stato devastante,questo è innegabile. Tantissime reti locali hanno chiuso o sono state ridimensionate, trascinando nel baratro della disoccupazione e della cassaintegrazione centinaia di lavoratori(forse per colpa di imprenditori impreparati che hanno sempre vissuto alla giornata, lucrando sul lavoro precario e investendo poco, ma anche a causa dell’assenza della politica, più incline a tutelare gli interessi dei grandi gruppi editoriali). Il sistema televisivo locale si sta impoverendo, le voci diminuiscono, restano in piedi in pochi, sempre più deboli: questo è un danno anche per lo sviluppo delle realtà imprenditoriali locali, che hanno voce solo grazie ai media locali.
Quali sono i vantaggi? I più evidenti consistono in una migliore qualità dell’immagine e dell’audio e in un più ampio numero di canali a disposizione(la frequenza si può moltiplicare fino a 5 o 7 canali, il cosiddetto multiplex, che con tecniche particolari può arrivare a 10 canali).
Ma anche qui ci so no tante obiezioni da fare. Innanzitutto, in altri paesi europei il digitale è stato abbandonato a favore  del più vantaggioso (ma dispendioso) sistema satellitare e, poi, bisogna fare i conti con il fatto che il “duopolio” Rai-Mediaset continua a dettare legge anche con questo nuovo sistema; senza parlare delle decine di “canali archivio” che gravitano insensatamente nella galassia del digitale terrestre.
Il passaggio a questa nuova era della televisione avrebbe dovuto favorire l’ingresso di nuovi editori in questo settore e invece, a livello nazionale, assistiamo alla concentrazione del mercato editoriale nelle mani dei soliti noti: nessuna posizione dominante è stata scardinata, ma solo rinforzata(che beffa!).
Nonostante il gran numero di canali a disposizione, il pluralismo dell’informazione, per il momento, non si realizza a pieno: i gruppi più potenti hanno in mano il mercato e i piccoli diventano sempre più piccoli. È un effetto domino anche sulla pubblicità: il moltiplicarsi dei canali produce una polverizzazione delle risorse pubblicitarie, di conseguenza i prezzi per gli spazi pubblicitari si abbassano, gli introiti per gli editori diminuiscono e, quindi, scendono gli investimenti sulle produzioni di qualità. Risultato: tagli del personale, palinsesti riempiti con ‘format comprati’ di basso livello o con programmi di scarsa qualità, perché fatti al risparmio, informazione sempre più precaria e ricattabile, programmi tappabuchi e repliche a gogò.
Dunque, avere più canali, in questo caso, non vuol dire maggiore qualità della programmazione e sviluppo del pluralismo dell’informazione.
La Digital Terrestrial Television(DTT) ha molti problemi da risolvere in questo momento, soprattutto tecnici, poi si dovrà trovare il modo di mantenere quella promessa di pluralismo e di qualità che, per ora, è stata completamente disattesa.Il governo cominci a rimboccarsi le maniche e i Co. Re. Com anche.

Alberto Capraro

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